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  • 10 Cloverfield Lane

    Diretto da Dan Trachtenberg

    Data di uscita: 28-04-2016

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10 Cloverfield Lane”, thriller post-apocalittico di Dan Trachtenberg prodotto da J.J. Abrams e Bad Robot, è uno di quei film di cui sarebbe meglio non sapere nulla.

Purtroppo, è lo stesso titolo, che riprende quello di “Cloverfield” (2008), film di mostri girato interamente in found footage, diretto da Matt Reeves e scritto da Drew Goddard, a suggerirci tutta una serie di scenari e aspettative, ancor prima della visione.

In realtà, il film di Trachtenberg ha avuto una produzione bizzarra: nato come sceneggiatura intitolata “The Cellar” e andato in lavorazione per Paramount come “Valencia”, è diventato solo successivamente parte di un progetto più ampio legato al mondo di “Cloverfield”.

Una scelta produttiva che ha certamente permesso di dare più risalto al primo lungometraggio di Trachtenberg, giovane regista che si è fatto notare con il corto del 2011 “Portal: No Escape”.

Tuttavia, il rimando ad un preciso universo narrativo è un’arma da maneggiare con cura: se da un lato amplia l’esperienza dello spettatore (anche attraverso la campagna virale costruita su modello del primo film), dando alla vicenda più ampio respiro, dall’altro rischia di distogliere l’attenzione dalla storia effettivamente raccontata sullo schermo.

Al centro di questa storia c’è Michelle (Mary Elizabeth Winstead), in fuga dopo una lite con il fidanzato (Bradley Cooper, presente come voce fuori campo). La giovane donna, dopo un violento incidente d’auto, si sveglia in bunker sotterraneo in compagnia di  Howard (John Goodman), un survivalista che sostiene di averla soccorsa e di averla portata in salvo poco prima di un terribile disastro chimico che ha devastato il mondo intero, e Emmett (John Gallagher, Jr.), un giovane conoscente dell’uomo che conferma la sua storia.

Come facilmente avete immaginato, “10 Cloverfield Lane” è un film molto diverso da “Cloverfield”, non solo a livello stilistico e narrativo.

È lo spirito ad essere totalmente opposto: grande contro piccolo, fisico contro psicologico.

Il film di Reeves applicava il found footage, tecnica generalmente usata per limitare budget, ad una grande produzione, costruendo la tensione attraverso su una serie di situazioni di pericolo in cui identificarsi fisicamente. Tutto sembrava enorme, smisurato, catastrofico, persino dal claustrofobico punto di vista della ripresa con la videocamera a mano.

“10 Cloverfield Lane”, invece, si svolge in piccoli spazi, nei quali un gruppo estremante limitato di persone è coinvolto in un ambiguo gioco psicologico.

Michelle è dentro quattro mura, intrappolata, ignorando cosa possa attenderla fuori e non sapendo cosa si possa celare dentro. La suspense viene così costruita strato su strato, aiutandosi con i tipici meccanismi del mistery, in quello che, a tratti, potrebbe sembrare una versione cinematografica di un’esperienza di escape room.

Se metà della tensione è generata dal non conoscere la situazione all’esterno, la costruzione dell’altra metà è tutta nelle sapienti mani di John Goodman che, con la sua recitazione fatta di pause e silenzi, riesce a rendere una psicologia estremamente complessa, mostrandocene solo piccoli frammenti.

Ogni gesto e ogni sguardo di Howard lasciano un senso di smarrimento di fronte ad un comportamento poco codificabile (anche se vagamente intuibile per gli spettatori più smaliziati), che piano piano si svela come l’immagine di uno dei puzzle che i tre protagonisti si ritrovano a costruire per passare il tempo nel bunker.

Anche se messa in secondo piano dalla presenza scenica di Goodman, Mary Elizabeth Winstead è convincente nel rendere il ritratto di una donna con le proprie fragilità, ma estremante forte e risoluta, che intraprende un cammino verso l’autodeterminazione. Siamo, naturalmente, dalle parti della metafora e del racconto di formazione.

Se non fosse per quel titolo così riconoscibile, il cast noto e il budget di 15 milioni di dollari, “10 Cloverfield Lane” non sarebbe poi così diverso, almeno in spirito, da una di quelle opere indipendenti di registi esordienti o semi-sconosciuti che vivono di passaparola e riescono a sorprendere, malgrado le risorse limitate.

Film – solo per citarne alcuni – come  Cube – Il cubo” (1997) di Vincenzo Natali, “Monsters” (2010) di Gareth Edwards, “Coherence” (2013) di James Ward Byrkit o il recente “The invitation” (2015) di Karyn Kusama, che vengono realizzati a partire da premesse apparentemente semplici, parlando di rapporti umani, senza tradire la loro natura di genere.

10 Cloverfield Lane” è un film che certamente non inventa nulla, ma riesce ad essere un thriller psicologico teso e coinvolgente, mescolando i generi in maniera coerente.

Ma di che generi stiamo parlando, nel caso di “10 Cloverfield Lane”?

Da questo punto in poi il pericolo di SPOILER si fa molto più concreto. Dunque, se non avete ancora visto il film, consiglio di non andare avanti nella lettura.

Quello che sembra un thriller psicologico con un sottotesto post-apocalittico per la maggior parte del tempo, finisce per diventare un’opera di fantascienza dal gusto squisitamente retrò, quello dei film anni ’50 o dei vecchi episodi di “Ai Confini della Realtà”. Ammetto che la svolta narrativa finale, che costringe lo spettatore ad un grandissimo sforzo di sospensione dell’incredulità, possa apparire posticcia. Infatti, con tutta probabilità, è stata aggiunta alla sceneggiatura originale dopo la decisione della produzione di legare il film di Trachtenberg all’universo narrativo di “Cloverfield”, di cui non è certamente un sequel (come già rivelato da J.J. Abrams, non sono presenti gli stessi mostri del film del 2008). Tutto sommato, però, funziona, andando a completare l’arco narrativo di un’eroina che, dopo aver trovato la forza per affrontare i mostri all’interno delle mura domestiche, ha gli strumenti per affrontare i mostri all’esterno.

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Contro

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