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16th President, 13th Amendment, 5 Ws

«We’re stepped upon the world’s stage now
with the fate of human dignity in our hands.»


WHO?

L’Abraham Lincoln che Steven Spielberg dipinge sul corpo di Daniel Day-Lewis attraverso le luci bianche e le ombre sfumate di Janusz Kaminski è un fantasma — spesso inquadrato davanti alle finestre o sulla soglia in procinto di allontanarsi — perché fantasmi sono tutti gli uomini di fronte al fluire della Storia, presenze effimere, impronte leggere delle quali si può conservare solo l’immagine, o le parole.

Come già Giuseppe Mazzini in “Noi credevamo” di Mario Martone, il sedicesimo Presidente degli Stati Uniti messo in scena da “Lincoln” è una figura, prima che un uomo di carne. Il Mazzini interpretato da Toni Servillo si collocava però in uno spazio irreale, vivo soltanto nelle menti dei giovani rivoluzionari che in lui vedevano un modello spirituale lontano e irraggiungibile. Lincoln invece, fin da subito, sta tra la gente, tra i suoi soldati, sotto la pioggia.

Lincoln, al contrario di Mazzini, la sua battaglia storica e politica da padre della patria l’ha vinta e quella stessa patria oggi lo (ri)conosce. L’immagine cinematografica di Mazzini era da inventare, quella di Lincoln da restituire.
[PAGEBREAK] WHAT?
Il cuore di “Lincoln” è l’approvazione del Tredicesimo Emendamento alla Costituzione che avrebbe proibito la schiavitù in tutti gli Stati Uniti sancendo (più in teoria che in pratica, la strada per l’emancipazione era ancora molto lunga) l’uguaglianza tra tutti i cittadini e vanificando le rivendicazioni degli Stati schavisti del Sud che avevano condotto alla Guerra Civile.

Il film si concentra su un arco di tempo di poche settimane, facendo leva sulla forza drammatica dell’oratoria di Lincoln e sulla tensione continua di un massacro sanguinoso — e fratricida — a cui porre fine con gli strumenti, nuovi e fragili ma unici, della giovane democrazia americana.
[PAGEBREAK] WHEN?
Nell’incipit di “Django Unchained” — il film di Quentin Tarantino al cinema in questi giorni — siamo in Texas nel 1858 e il Dr. Schultz (Christoph Waltz) consiglia agli schiavi che ha appena liberato di raggiungere qualche Stato «di più larghe vedute»: è stata infatti proprio la differenza tra Nord e Sud nei confronti della schiavitù, e l’ambiguità su come considerare gli schiavi fuggiaschi da un confine all’altro, la causa principale della Secessione sudista e del conseguente scontro bellico interno che durò dal 1861 al 1865.

La schiavitù era parte delle storia americana fin da gli albori poiché tutte le tredici colonie che nel 1776 dichiararono la propria Indipendenza dalla Gran Bretagna la praticavano nei propri territori.


[PAGEBREAK] WHERE?
Con “Noi credevamo” il film di Spielberg ha in comune anche una scrittura di tipo teatrale nella quale alcuni eventi fondamentali per lo sviluppo del racconto accadono fuori campo (o fuori scena): la morte del giovanissimo figlio di Lincoln e la disperazione failiare che ne è seguita, l’assassinio finale del Presidente (annunciato proprio in un teatro), persino l’approvazione definitiva dell’Emendamento non ci vengono mostrate ma solo suggerite.

I personaggi sono quasi sempre chiusi in interni, luoghi pubblici o case private, ma il motore dell’azione è rappresentato da cause esterne, la schiavitù, la guerra, la necessità di far partire la caccia ai voti mancanti ricorrendo ai metodi più scorretti. Questo elusivo rimando all’altrove è presente anche nel modo di parlare di Lincoln che evita di affrontare direttamente gli argomenti ma si esprime con aneddoti, esempi, racconti (pensiamo ad esempio alla dimostrazione euclidea dell’uguaglianza).
[PAGEBREAK] WHY?
“Lincoln” racconta la democrazia come esperimento umano imperfetto ma perfettibile e proprio per questo emozionante oltre che terribilmente attuale. Pur senza trascurarne l’atroce assurdità, di schiavitù nel film si parla in termini molto pragmatici — numerosi abolizionisti lo erano per motivi economici, non certo morali — e lo scontro è politico prima che militare: può una parte della nazione ripudiare il governo centrale e distaccarsene per difendere i propri interessi? E può il governo tollerarlo come esercizio di libertà o deve viceversa usare la forza? E quanto deve essere solida la fiducia nella Costituzione che un popolo sceglie di darsi perché quello stesso popolo non si sgretoli alla prima difficoltà mettendo in discussione le proprie istituzioni e la propria sicurezza?

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