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2008 tour

Languido, comunicativo, dirompente. Così Michael Stipe ha spalancato le porte del Palaisozaki di Torino per questa ennesima tappa italiana dei R.E.M., freschi e scintillanti di un nuovo album, “Accelerate”. Uno spettacolo che ha sollecitato non solo l’udito, ma soprattutto la vista, deliziata da ritagli roteanti di immagini sbiadite e dal contorno psichedelico che si alternavano, convulse, sui grandi maxischermi alla mercé della band.
Si fa buio attorno. “Ready?”. Lettere bianche bussano indiscrete per preparare l’adrenalina del pubblico trattenuto. Poi la parola scompare. Rimane il punto interrogativo. Ma non c’è tempo per farsi troppe domande: il gruppo prende d’assalto il palco ed esplode il rock.

Una scaletta sperimentale, due ore di live all’insegna della multimedialità e del mainstream, della divulgazione e dell’abbattimento di ogni barriera superflua e “burocratica” tra frontman e fan: i R.E.M. danno istruzioni per l’uso sul caricamento di foto e video su Youtube. “Living Well Is The Best Revenge” è un piede pesante sull’acceleratore, apertura scioccante del concerto. Poi la sempreverde “What’s The Frequency, Kenneth?”, e la fresca di uscita “Hallow Man”: il vecchio e il nuovo si mescolano in una mistura forte e vivida di colori, tra i giochi di Michael col proprio microfono e i suoi sorrisi dispensati come coriandoli sul pubblico. Il lungo assolo di Mike Mills al piano su “Electrolite” getta la platea nell’oblio. Segue “Let Me In”, sussurrata in un angolo. E ancora “Orange Crush”, megafono in mano senza pietà.

“Siamo stanchissimi in questo periodo – spiega Michael – e la scaletta di stasera l’abbiamo fatta fare a Peter Buck: lui suggeriva i titoli e noi dicevamo sempre di sì, senza quasi ascoltarlo. Non ci siamo accorti che aveva inserito due volte uno stesso pezzo!”. Niente stanchezza, in realtà. Nessuna sbavatura. Anzi, la forza e la rabbia non danno alcun cenno di mancare su “Ignoreland”, dedicata agli U.S.A., senza giustificazione. E su “The One I Love”, in cui Michael si arrampica, felino e vigile, tra le mani degli astanti.
Chiudono la pietra miliare “Losing My Religion”, “Man On The Moon”, dedicata allo scomparso Paul Newman, e “It’s The End Of The World As We Know It”, dove il gruppo chiama sul palco tre fan vestiti e truccati come loro. Poi tutti insieme si buttano tra le braccia assetate del parterre ed è la catarsi. Ritorna ancora una volta il buio.

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