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Top Ten, le migliori attrici del 2013

Istruzioni per l’uso di questa classifica dedicata alla migliori attrici del 2013. Per prima cosa recuperate Greta Gerwig in “Frances Ha” e Brie Larson in “Short Term 12“. Strepitose. Rischiamo di non vedere questi film nelle nostre sale nemmeno nel 2014, quindi datevi al download selvaggio.

Se non sopportate l’idea di aspettare per vedere Meryl Streep e Julia Roberts sbranarsi in “August Osage County“, Amy Adams e Jennifer Lawrence gareggiare in fashion & hair-style in “American Hustle“, Kate Winslet fremere di romantica passione in “Labour Day” ed Emma Thompson risplendere di sferzante british humor in “Saving Mr Banks“, prendete il primo volo per New York ed iniziate a fare i pronostici per i prossimi Oscar.

Inoltre ammetterete che, per quanto intensi siano i suoi sguardi melodrammatici, Carey Mulligan non può salvare “Il Grande Gatsby” e resta fuori dalla classifica appena dietro ad Helen Hunt (dodicesima), soprendente in “The Sessions“, e Sally Hawkins (undicesima), perfetta controparte volgare e concreta di Cate Blanchett in “Blue Jasmine“.

Ed ora mettetevi comodi e prendete nota: ecco la classifica delle migliori perfomance femminili dei film usciti in Italia nel 2013.

Per chiunque se lo stesse chiedendo l’assenza di Jennifer Lawrence, Oscar per “Il lato positivo“, non è una svista.

10. JUDI DENCH in “Philomena” di Stephen Frears

Siamo lontani dalla perversione e dalla complessità di Barbara Covett in “Diario di uno scandalo” e pericolosamente in prossimità dell’annacquato bon ton da pensionati di “Best Exotic Marigold Hotel“. Ma l’ultimo film di Stephen Frears è meno leggero di quanto il trailer lasci immaginare e la Dench, che spesso mette il pilota automatico, qui tratteggia un ritratto delicato e commovente difficile da dimenticare, aderendo al personaggio con una verità che non afferrava da anni.

9. KRISTIN SCOTT THOMAS in “Solo Dio perdona” di Nicolas Winding Refn

Ci sono almeno due buoni motivi per cui il film di Refn sarà ricordato (oltre che per i fischi a Cannes): la caleidoscopica fotografia di Larry Smith e una Kristin Scott Thomas platinata come Donatella Versace, spietata come Lady Macbeth e mostruosa come Anjelica Huston in “Rischiose abitudini”. Nel teatro iperviolento della Hong Kong di Refn dove tutto è ridotto a iconografia e stile, Crystal, gelida matrona mafiosa, è poco più di un automa, ma nei silenzi e negli sguardi letali come sciabolate la Scott Thomas fa scorrere quanti di energia e d’ironia che meritano l’applauso.

8. JULIE DELPY in “Before Midnight” di Richard Linklater

Ogni nove anni Jesse e Céline si affacciano sul grande schermo e il fatto che questa potrebbe essere l’ultima volta colora “Before Midnight” di un crepuscolarismo straziante. Julie Delpy è sempre magnifica, con qualche ruga in più ma con la stessa luminosità che aveva venti anni fa nel primo capitolo di questa irripetibile trilogia sui sentimenti. Da giovani amanti per le strade di Vienna e Parigi a genitori in crisi nel Peloponneso, Delpy e Hawke tornano ad imitare la vita vera, con leggerezza e poesia, e con l’acume di una scrittura intimistica e umorale che fa della trilogia di Linklater il punto di contatto più vicino tra cinema indipendente americano ed influenze autoriali europee.

7. IDINA MENZEL (Elsa) in “Frozen – Il Regno di Ghiaccio” di Chris Buck, Jennifer Lee

Ricordate il travolgente lavoro diDonna Murphy per Mother Mothel in “Rapunzel – L’intreccio Della Torre“? Affidare le voci alle star di Broadway evidentemente paga, così la maison di Topolino ha ingaggiato per “Frozen – Il Regno di Ghiaccio” nientemeno che Idina Menzel, acclamatissima interprete di “Rent” e “Wicked”. Basterebbe il brano “Let It Go“, futuro vincitore dell’Oscar come best original song, per far entrare nella storia dei classici Disney questa tormentata principessa delle nevi. L’animazione è straordinaria, la musica efficace, ma è la voce della Menzel a toccare le stelle con la sua potenza e a rendere (in)credibile il viaggio di Elsa dalla disperazione della colpa all’accettazione dell’esilio nel suo sfavillante palazzo di ghiaccio.

6. MIA WASIKOWSKA in “Stoker” di Park Chan-wook

È una strana creatura Mia Wasikowska. Con la sua aria introversa e il luminoso naturalismo della recitazione è diventata la scelta obbligata per ogni cast in cui occorra un’ adolescente dal volto trasparente e misterioso. E così, dopo essere stata una sublime Jane Eyre, è toccato a Park Chan-wook in trasferta americana cogliere di nuovo al meglio le qualità della Wasikowska, quel mix di innocenza e ambiguità, vulnerabilità e risolutezza che in “Stoker” diventa un enigma assolutamente intrigante da guardare.

5. ANNE HATHAWAY in “Les Misérables” di Tom Hooper

Povera Anne. Era talmente ovvio che la sua Fantine vincesse l’Oscar che dopo la consegna delle statuette si sono moltiplicate innumerevoli parodie sul web. A ben guardare tutto di questa performance gridava Oscar sin dal primo istante: la trasformazione fisica, lo spudorato tasso melodrammatico, la degradazione del personaggio da operaia a prostituta fino alla quasi-santificazione del finale. Tutto in poco più di quindici minuti di screen time. Ma non dimentichiamo che parodie e sberleffi sono sempre la risposta a qualcosa che colpisce profondamente l”immaginario collettivo e tale è stata la forza a livello iconico della sequenza di “I Dreamed A Dream“.

Della Hathaway continuiamo a preferire la prova drammatica in “Rachel sta per sposarsi“, ma ne “Les Misérables” la star dispiega al massimo le sue abilità di musical performer e le basta un solo ciak in primissimo piano per scatenare una tempesta di emozioni.

4. JESSICA CHASTAIN in “Zero Dark Thirty” di Kathryn Bigelow

Abbiamo già monitorato con ammirazione su queste pagine l’ascesa della rossa californiana. Nel capolavoro di Kathryn Bigelow la Chastain crea un’eroina spogliata di ogni orpello eroico ma soprattutto libera dai cliché hollywoodiani che definiscono i personaggi femminili. Nessuna love story con una figura maschile ma soprattutto nessun background psicologico che aiuti l’identificazione dello spettatore. Maya è il suo lavoro, e il lavoro è la sua ossessione. Jessica Chastain coglie entrambi gli aspetti del personaggio, il realismo e l’enigma, tracciando un preciso percorso interiore dalla fredda determinazione della missione alla sospesa incertezza del (magnifico) primo piano finale. L’Oscar doveva essere suo. Oppure di Emmanuelle Riva.

3. SANDRA BULLOCK in “Gravity” di Alfonso Cuarón

Al di là della meraviglia tecnica e visiva non si può negare che lo script di “Gravity” sia l’aspetto meno riuscito del film. A differenza di Maya, conosciamo il dramma personale dell’astronauta Ryan Stone e lo script ne fa uso nei “momenti giusti” per costruire un ponte emotivo tra personaggio e spettatore. Tuttavia questi trucchetti manipolatori a poco varrebbero se ad incarnare la protagonista non ci fosse una star carismatica come la Bullock che si immerge in un tour de force straordinario, cancellando il ricordo di tante (insipide) commedie e illuminando retroattivamente l'(immeritato) oscar del 2009. Attrice spesso non più che funzionale, in “Gravity” la Bullock si riscatta completamente, sopperendo alle sue debolezze recitative con un’intensità e una dedizione fisica ammirevoli. L’epopea di Ryan diventa così il più intenso racconto di sopravvivenza femminile dai tempi del naufragio di Kate Winslet in “Titanic”. E la sua figura fluttuante nello spazio si piazza, in un’ipotetica classifica di icone femminili sci-fi, appena sotto la mitica silhoutte di Ripley – Sigourney Weaver. Inquadratura finale, anche in questo caso, da brividi.

2. ADÈLE EXARCHOPOULOS (e LÉA SEYDOUX) in “La Vie d’Adèle” di Abdellatif Kechiche

Con la sua eccezionale aderenza al realismo, Abdellatif Kechiche si prende tempi biblici e taglia qualsiasi scena ben oltre le capacità di sopportazione dello spettatore. Tanta torrenziale generosità non reggerebbe per tre ore senza i volti e i corpi elettrici delle due protagoniste. E infatti è il casting il segreto della magia del film: se la Séydoux offre una recitazione tecnicamente matura e più legata all’idea di “carattere” e “personaggio” ma non per questo meno intensa e spontanea, la Exarchopoulos si accosta alla sua Adèle in modo meno studiato, con selvaggia naturalezza, azzerando ogni distanza tra attrice e personaggio. Nuda – in tutti i sensi – e priva di qualsiasi affettazione da “attrice”, Adèle si offre alla camera adorante e voyeuristica di Kechiche con un coraggio e un abbandono sbalorditivi. È lei la protagonista assoluta di questo romanzo di formazione, ma è il confronto tra i differenti approcci stilistici delle due attrici che rende questa storia d’amore così viva, palpitante e moderna.

1. CATE BLANCHETT in “Blue Jasmine” di Woody Allen

Si è chiusa nel teatro di Sydney per anni, concedendoci soltanto un memorabile supporting turn da cattiva in “Hanna”e una apparizione come Galadriel nel prequel”Lo Hobbit”. Woody Allen l’ha stanata per noi riportandola su quel trono dove è giusto che Elizabeth stia e regalandole un ruolo che è, con ogni probabilità, il migliore che abbia scritto per un’attrice protagonista dai tempi di “Io e Annie”.

Jasmine/Jeanette è una Blanche Dubois contemporanea spogliata di ogni luce romantica, è il tragico emblema del vuoto d’identità e della decandeza della upper class, è la maschera grottesca del fallimento che tenta miserabilmente di coprire con le illusioni la consapevolezza della propria colpa. Il volto di Cate Blanchett diventa una tela su cui può prender forma qualsiasi emozione e la sua voce è uno strumento che passa dai toni della commedia a quelli del dramma nel giro di una battuta e, all’occorrenza, è anche capace di farli vibrare nello stesso momento.

Ritratto feroce e amaro di una donna per cui è difficile provare simpatia o compassione, “Blue Jasmine” riconferma la qualità più preziosa della Blanchett, la sua capacità di afferrare quel difficile equilibrio tra spettacolo pirotecnico dell’attrice e assoluta verità del personaggio. Si esce dal cinema disprezzando Jasmine e adorando la bravura di Cate. Signori, questa è arte.

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