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25 aprile 2015 — 70 anni dalla Liberazione dal nazifascismo, 3 film per ricordare

25 aprile 2015: Ricorre quest’anno il 70esimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo del nostro Paese, e sembra un 25 aprile particolarmente in tono minore purtroppo, ricorrenza così schiacciata tra catastrofi umanitarie ed economiche che pare evocare davvero poco nella mente e nello spirito degli italiani del terzo millennio, specie nella fascia d’età più giovane.

E invece ribadire i valori della Resistenza è sempre più importante, anche concedendo, per noi amanti del cinema e della narrazione, qualcosa all’epica, alla reiterazione perfino orale di imprese coraggiose in nome di una causa comune, dell’ideale più grande di abbattere la tirannia.

Forse non è andata proprio così, tante sono le zone oscure di quel periodo della nostra storia dove connazionali combattevano gli uni contro gli altri (chi dalla parte giusta, chi da quella sbagliata), ma non serve forse alla nostra Italia mantenere un mito di liberazione dal basso da tramandare alle generazioni future? Serve eccome, e il cinema è uno dei veicoli più diretti per mantenere la memoria, per ricordare gli avvenimenti attraverso la loro rappresentazione artistica.

Per questi e mille altri motivi, a LoudVision abbiamo deciso di festeggiare il 25 aprile consigliandovi tre film da ricordare e da (ri)vedere, in questi giorni come in tutto il resto dell’anno, intorno al tema delle lotte partigiane, e cercando di dissuadervi dal vedere altri due film che invece consideriamo paradigmi di come si possa essere irrispettosi verso la Storia, anche concedendo a registi e sceneggiatori tutte le libertà (re)interpretative di questo mondo.

I tre film consigliati sono equamente rappresentativi di diversi periodi della storia del cinema italiano, si è preferito prendere in considerazione questi piuttosto che concentrarsi sui soliti grandi classici ormai risaputi. “Roma città aperta” di Roberto Rossellini rimane un consiglio per chi non l’ha visto, naturalmente, e vi rimandiamo all’articolo con cui celebrammo il suo ritorno nelle sale praticamente un anno fa.

Ma i tre consigli cominciano comunque da un classico: “Una vita difficile” (1961) di Dino Risi è troppo importante per la nostra storia per non essere visto e rivisto, e qualsiasi pretesto è ugualmente valido. Nella storia di Silvio Magnozzi, interpretato da un Alberto Sordi forse alla punta più alta di una carriera comunque straordinaria, c’è tutta l’italianità presente, passata e futura, gli ideali, i compromessi, la rassegnazione, sporadici sussulti di dignità. Tutto inizia proprio con Silvio partigiano tra le montagne sul lago di Como, lì conoscerà l’amore della sua vita, un amore successivamente corrotto dalle difficoltà prima e dal benessere poi. Tante le scene rimaste nella memoria collettiva: la cena a casa dei monarchici all’annuncio del risultato del referendum che ci faceva diventare una Repubblica, il disastroso esame d’ingegneria, e quello schiaffo finale che c’inorgoglisce tutti più di qualsiasi pomposo inno.

Secondo consiglio e andiamo avanti nel tempo, fino al 1976, con “L’Agnese va a morire” di Giuliano Montaldo, film invece praticamente dimenticato. E invece da riscoprire per tanti motivi, primo fra tutti la strepitosa performance di Ingrid Thulin (svedese, una delle muse bergmaniane per eccellenza) nel ruolo dell’Agnese del titolo, contadina romagnola che si trova, quasi suo malgrado inizialmente ma sempre più coinvolta con il succedersi degli eventi, a partecipare attivamente alla guerriglia partigiana. Un film rigoroso, solido, che mostra in maniera cruda e diretta gli stenti e le privazioni che nel terribile inverno del 1944 dovette subire il “fronte interno” della guerra, il popolo senza divisa e fucili ma solo impegnato a sopravvivere.

Stenti e privazioni mostrati anche dall’ultimo film che vi consigliamo, “L’uomo che verrà” (2009, nella foto) di Giorgio Diritti, il contributo recente più importante della nostra cinematografia al tema. Una delle stragi più ignobili perpetrate dall’esercito di occupazione nazista verso civili inermi, l’eccidio di Marzabotto, viene raccontato con una partecipe e avvolgente prospettiva dal basso, che prima c’immerge nella quotidianità della Bassa romagnola per poi atterrirci con la violenza bruta, lasciata per la maggior parte a un pudico fuori campo proprio per l’empatia precedentemente instaurata con la popolazione, non per mancanza di coraggio.

Tre film con tre approcci diversi, sociologico, storico e antropologico, ideali, secondo noi, anche per cineforum in cui coinvolgere le scolaresche in questa settimana che va dal 25 aprile al Primo maggio. E proprio per non traviare ulteriormente le nuove generazioni, vogliamo anche parlarvi di due film da evitare accuratamente per la sciatteria e la mancanza di oggettività d’approccio con cui trattano la materia.

Entrambi i film sono di registi che hanno fatto bene altrove o anche benissimo, parliamo di Michele Soavi (visionario autore dell’horror nostrano più tardo della seconda metà degli anni 80, e autore solo qualche anno fa dell’interessante “Arrivederci amore, ciao”) e Spike Lee (devo davvero riassumervi la carriera del grande Spike? No, vero?). Il primo con “Il sangue dei vinti” (2008) ha banalizzato in una sorta di fiction perfino peggiore di quella televisiva (se possibile) tutto il dramma della lotta intestina alla nazione tra partigiani e repubblichini, annacquando senza alcun rispetto (per non parlare dell’impianto ideologico). Il secondo con “Miracolo a Sant’Anna” (2008) ha semplicemente devastato una carriera fino ad allora mirabile con un pastrocchio insensato che usa l’eccidio nazista di Sant’Anna di Stazzema per parlar d’altro senza un minimo di cognizione storica sull’argomento.

Cosa c’è di meglio che passare il pomeriggio di un giorno di festa guardando un bel film che ci fa capire perché stiamo festeggiando quel giorno? Forse niente. Ma a tutti, anche a chi andrà a farsi una scampagnata fuori porta approfittando del primo sole, auguro di cuore un buon 25 aprile.

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