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25 cose che abbiamo appreso dalla Masterclass di Clive Owen al Festival di Roma

Clive Owen, al Festival Internazionale del Film di Roma per promuovere la serie tv “The Knick”, è stato il protagonista di uno degli incontri con il pubblico in programma nella rassegna capitolina, alla presenza di Mario Sesti e Sandra Hebron (più volte direttore artistico del BFI-London Film Festival) . Un’ora intera di conversazione e approfondimento della carriera dell’attore, con proiezione di scene tratte da alcuni dei suoi film di maggior rilievo, culminata in una sessione di domande provenienti direttamente dal pubblico.

Tenetevi forte, ché di cose Mr Owen ce ne ha dette molte, con la sua inconfondibile voce cavernosa.

  • Clive Owen è molto alto, davvero. E non lasciatevi fuorviare da quel fascino un po’ ruvido, vagamente stropicciato… I modi urbani e la garbata impassibilità con cui ha lasciato passare apparentemente inosservata la discutibile pronuncia del suo cognome al momento di salire sul palco lo consacrano come vero gentleman anche meglio dell’impeccabile completo indossato.
  • Da navigato esponente del mondo del cinema quale – suo malgrado? – è, accetta ormai premi con consumata affabilità: è irresistibile il sorriso più impertinente che imbarazzato quando il “ Wella ‘Creative Versatility Award’ for the most multifaceted film-talent of the year” consegnatogli da Alessio Alberti, si separa drammaticamente dal suo sostegno per rovinare a terra con un tonfo secco, dal quale la targa esce comunque intatta.
  • La sua vita, volendo esagerare, ha qualche punto in contatto con quella di “Billy Elliot”: nato e cresciuto in una famiglia della classe operaia Coventry, città prettamente industriale, ha frequentato una comprehensive school piuttosto turbolenta e scoperto la vocazione a 13 anni, quando gli fu chiesto di fare un provino per il ruolo di Artful Dodger in una produzione teatrale di “Oliver”.

È stato un momento di assoluta chiarezza”, commenta. “L’uomo che dirigeva il teatro, colui che mi ha ispirato, negli anni è diventato direttore della Royal Shakespeare Company (si tratta di Michael Boyd). A 14/15 anni questa era il tipo di influenza cui sono stato esposto.[…] mentre nella mia famiglia nessuno era mai stato a vedere uno spettacolo teatrale, per loro l’idea di voler fare questo nella vita non era da prendere sul serio. Ma io ero determinato, e il succedersi delle varie produzioni a teatro è stato il vero inizio, per me.

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  • È un ex alunno della prestigiosissima Royal Academy of Dramatic Art (RADA), così come molti nomi celebri tra cui Vivien Leigh, Anthony Hopkins, Tom Hiddleston, Kenneth Branagh, Maggie Gyllenhaal.

È curioso, la mia vita avrebbe potuto prendere tutt’altra direzione. Sono stato incoraggiato a frequentare una scuola di teatro, e quando mi chiesero cosa sapessi delle varie Drama Schools risposi che ne esiste una sola, la Royal Academy. Ma la mia insegnante mi dissuase dal cercare di essere ammesso lì, indicandomene invece altre nei dintorni. Feci i provini per una di queste, fui ammesso ma non accettai il posto. Lasciai la scuola, me ne andai di casa…e dopo due anni ero disoccupato nella mia città natale, la prospettiva di un futuro come attore andava sbiadendo, ma mi presentai per un provino alla RADA ed ebbi fortuna. Se avessi iniziato nell’altra scuola, per quanto magari ottima, sarebbe stato tutto diverso, un inizio sbagliato.

  • Squisitamente pungente quando questo tema della provenienza -un tempo avremmo detto – “proletaria”, è stato presentato in una domanda come un ostacolo dal quale lui è riuscito a liberarsi ad ogni tappa della sua carriera artistica.

Dirò solo questo: far parte della classe operaia non significa non avere internet!

  • Nel suo modo di guardare alla propria vita c’è qualcosa di fantascientifico:
    Non dimentica mai, certamente, la cornice della sua infanzia; riconosce anzi che, come per chiunque, le esperienze vissute nell’infanzia e l’ambiente in cui si cresce influenzeranno sempre in una certa misura ogni scelta successiva. Ammette di essere stato un ragazzo dalle forti passioni… ma molto è dovuto alle occasioni sfruttate.

C’è una cosa che dico sempre, ed è che sono stato incredibilmente fortunato… c’è una versione alternativa di me che è rimasta incastrata lì a Coventry senza le mie possibilità, e ogni volta che ci penso sono incredibilmente grato di ciò che ho ottenuto.

  • Ah… è anche decisamente altruista!
    Al momento di proiettare la prima clip, tratta da “Closer”, il video che scorreva sullo schermo era privo di audio. La cosa non sembrava turbarlo, ma dopo che da più parti in sala si era levata la richiesta di avere anche il sonoro, ridacchiando Mr Owen ha esclamato: “Ma cosa stavo dicendo? Non ricordo le battute!”, et voilà, fiat vox per tutti!
  • Anche prima che gli venisse chiesto, era evidente che Clive Owen non è completamente a suo agio nel rivedere se stesso sullo schermo.Con la parziale eccezione delle clip da “Sin City” e “I Figli Degli Uomini”, ogni volta che veniva trasmessa sullo schermo la sua performance, l’attore teneva lo sguardo fisso sul monitor di cortesia del palco, massaggiandosi le labbra senza sosta.

Non amo assolutamente rivedermi. Soprattutto quando rivedo i miei primi lavori, mi trovo molto naif, mi viene da chiedermi ‘Davvero credevo che quello fosse il modo migliore di recitare quella battuta??’. Sono piuttosto perfezionista, e quando iniziai in tv, per la prima volta mi studiavo dal di fuori, potevo osservare ogni elemento della mia performance, ed era piuttosto uno shock. All’epoca di Chancer (serie tv britannica, 1990) ero ansioso di revisionare me stesso, e poi ho cominciato a rendermi conto che come attore non potevo sopportare il peso di tutto, la mole di ieri oggi e domani. Sono il peggior giudice di me stesso, non riesco a guardarmi dalla giusta prospettiva. Col tempo mi sono trovato sempre più a disagio nel riesaminarmii e mi sono affidato molto di più all’istinto, evitando continue valutazioni.

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  • È sempre stato un grande ammiratore del ruolo di Larry, in “Closer”, ben prima di poterlo recitare lui stesso.

Non lo dico spesso, ma sono sempre andato pazzo per il ruolo di Larry in ’Closer’, è un dramma scritto eccezionalmente. E’ uno di quei copioni per i quali ricordo esattamente dove mi trovavo al momento di leggerlo, come con ‘The Knick’. L’avevo già portato in scena al National Theatre, ma nel ruolo di Danny, perché ero troppo giovane per fare Larry. E poi, sette anni dopo mi propongono il ruolo, al cinema, con Julia Roberts, Jude Law e Natalie Portman…!

  • Lungi da lui la piaggeria: Clive Owen non vuole piacere a tutti i costi.
    Non segue un criterio fisso nello scegliere i ruoli. Generalmente, ben oltre al prestigio dei nomi coinvolti, deve trattarsi di sfide, parti che lo mettano alla prova, che sembrino difficili per lui.

    Penso sempre che il mio lavoro non consista nel tentare di piacere alle persone, o volere che siano d’accordo con te, si tratta piuttosto fare in modo che ti capiscano.

  • La sua parola d’ordine è “truthfulness”, ovvero “veridicità, onestà, sincerità”.

    Quando si lavora di fronte la telecamera si deve trasmettere l’emozione. Nel passare dalla recitazione in teatro alla televisione, mi è immediatamente divenuto chiaro quanto ogni forma di teatralità risulti falsa, sullo schermo. Un film è in grado di rivelare subito se la performance è sincera o no. Ogni artificio o tentativo di complicare la performance aggiungendo livelli non funziona… tanti ottimi attori teatrali non riescono altrettanto bene di fronte la telecamera.

  • “Cinema is a director’s medium”: Owen ha un approccio molto collaborativo nei confronti dei registi…Amo la sceneggiatura, è fondamentale, ma un film è l’opera di un regista. Sceglierei sempre di seguire lui/lei piuttosto che la sceneggiatura. Un attore in un film offre la propria performance al regista, è come se gli dicesse ‘questo è ciò che credo sia il personaggio in questo momento’. Mentre sul palco sei tu che sceglii quando prendere pause, a cosa dare enfasi, nel cinema è il regista che decide se accettare la tua visione o no. Io sono un buon attore per i registi, nel senso che voglio dar loro il materiale con cui poi lavoreranno come credono meglio.
  • ...però sul set di Gosford Park ha peccato di Ubris con Robert Altman!

    Di Altman ricordo due cose in particolare: nella mia prima scena sul set dovevo interrompere delle persone che passavano di fronte a me in un corridoio, chiacchierando, per chiedere qualche infomazione. Mi presentai il primo giorno e mi permisi di dissentire, suggerendo che avrei dovuto invece limitarmi ad ascoltarli senza interromperli, e Altman mi ha fatto a pezzi per tutto il resto delle riprese. Cioè aveva 25 dei migliori attori britannici in circolazione e il primo giorno arriva quello nuovo e… ! Però poi per il resto della lavorazione mi ha fatto comparire in moltissime scene proprio per farmi stare in piedi in silenzio mentre ascoltavo, oppure preparare il tè sempre ascoltando,… insomma ha voluto giocare con questo leit motif che avevo avuto l’ardire di suggerire.

    Ma la cosa più memorabile, ha ricordato l’attore, era il modo in cui gestiva cast di imponenti proporzioni,sapendo esattamente cosa dire a ciascuno.

    Al momento di girare diceva, ‘Ricordatevi, se sapete cosa dovete fare non vi noteremo, se non lo sapete, ce ne accorgeremo!’; oppure in una scena in cui io e Kelly (MacDonald) ci scambiavamo battute, e lo stavamo facendo in maniera piatta, lui disse ‘Per favore, tirate in mezzo a loro un Derek Jacobi! Almeno succede qualcosa!’. Ma soprattutto era incredibile come fosse capace di dare la giusta quantità di informazioni ad ognuno, mandando avanti la storia senza appesantire di indicazioni nessuno di noi, e pur essendo un cast molto numeroso, non permetteva mai che questo rallentasse il ritmo di produzione.

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  • L’insegnamento più importante che ha imparato nella sua carriera è un monito di cui molti suoi colleghi dovrebbero far tesoro.

    In fin dei conti anche in film pieni di CGI come ‘Sin City’, il nostro lavoro è quello di confrontarsi con gli altri attori. Una lezione che ho imparato quando ero molto giovane è che nessun attore è più grande della scena in cui vengono calati, e che le scene migliori in assoluto sono quelle in cui due persone recitano interagendo pienamente tra loro. Spesso incontri quei professionisti che arrivano sul set avendo già elaborato da soli tutta la propria interpretazione, fanno la propria parte e se ne vanno. A teatro per esempio, gli attori si incontrano sempre in scena, ed è quello che fanno insieme, lo sviluppare lo stesso ritmo, quella reciproca generosità che diventa l’oggetto della performance . La gente parla ancora dell’alchimia “Bogart – Bacall”, perché tra loro c’era questo, sviluppavano quel ritmo insieme. Il compito dell’attore è di svolgere, di onorare la scena, e non di limitarsi a dare la propria prestazione.

  • E’ uno di noi quando considera Michael Caine - con cui ha lavorato in “I Figli Degli Uomini” - una leggenda vivente.

    E’ davvero acuto, ha un’incredibile disciplina, è molto astuto, ed è uno di quegli attori che amo perché fanno sembrare tutto facile, ma con lui si tratta di destrezza, c’è un abilissimo lavoro dietro, ma lui fa in modo che appaia molto semplice.

  • Per lavorare con Alfonso Cuaròn ha deciso di rifiutare un misterioso ruolo estremamente appetibile.

    Quando mi è arrivata l’offerta per ‘I Figli Degli Uomini’ ero in trattative per un ruolo che non vedevo l’ora di interpretare, in una pellicola che poi ha avuto un grande successo; amavo la parte, ma non ero convinto del film nel suo insieme, mentre nella sceneggiatura de “I Figli Degli Uomini” il personaggio non era bel delineato.. poi però ho incontrato ALfonso e quando mi ha presentato la sua visione del film mi sono innamorato dell’idea che voleva realizzare, e mi ci sono gettato a capofitto. Normalmente accetto una parte perchè nel copione ci sono almeno un paio di scene che sento mie e sono impaziente di realizzare, con “I Figli Degli Uomini” è stata l’unica volta in cui questo non è successo, volevo semplicemente avventurarmi in questa vicenda con Alfonso, e  il mio compito sarebbe stato di non intralciarlo, bensì seguirlo nella creazione del mondo futuristico che aveva in mente.. e l’ho fatto, e ne sono estremamente contento, siamo diventati grandi amici.

  • Per il film che ha segnato la vera svolta nella sua carriera ha frequentato per due settimane un corso da croupier.

    Credo che un amico disse “Croupier non è stato distruibuito, è scappato!” . Era un film minuscolo, diretto da Mike Hodges, molto inusuale e le stesse persone che lo avevano realizzato non erano soddisfatte del risultato, ha avuto un inizio tormentato. C’è un uomo, che è diventato mio grande amico, che ha cambiato completamente la mia carriera, Mike Kaplan. Veniva dal mondo della pubblicità, vide il film e se ne innamorò: l’ha promosso, sostenuto incessantemente, organizzando screening a New York e Los Angeles, facendo interessare più persone possibili. Così abbiamo ottenuto alcune review importanti davvero molto buone che ne hanno decretato il successo, seppur modesto: era il film cool di quell’anno, ed è tutto dovuto a Mike e la sua propaganda. Grazie a “Croupier” sono stato introdotto nel cinema americano, così quel piccolo film così inusuale ha stravolto la mia vita.

    In preparazione per il ruolo mi sono allenato per due settimane in una scuola per croupier, e se c’è una cosa che ricordo bene è che erano assolutamente paranoici riguardo il furto: ogni singolo giorno il mantra era ‘non credere che la farai franca’, perché in effetti si tratta di maneggiare grandi quantità di soldi, e quindi non facevano che ammonirti a non fare il furbo.

  • Nel suo ritratto del Dr Thackery c’è un po’ di David Bowie.

    Ellen (Mirojnik) è una fantastica costumista, piena d’ispirazione, i costumi della serie sono incredibili, molto autentici e perfetti per ciascuno. La prima cosa che ha presentato a Soderbergh erano gli stivali bianchi. Lui ha detto: “Per me vanno bene ma non so se anche per lui’’. Quando li ho visti mi sono detto: “Li adoro!” , perché il mio personaggio è così arrogante, pensa a se stesso un po’ come una rockstar di quel mondo, e c’era qualcosa di molto arrogante nell’idea di indossare stivali bianchi in quell’ambiente dove si sarebbero sporcati di sangue. Da lì in poi è stato un piacere costruire l’aspetto del mio personaggio. In genere nelle ambientazioni d’epoca noi attori non abbiamo quasi nessuna voce in capitolo per quanto riguarda i nostri costumi, è tutto già deciso, ma ogni volta che chiedevo a Ellen: “Secondo te potrebbe andare questo?”, lei mi rispondeva: “Tu sei Thackery, tu puoi fare qualsiasi cosa ti passi per la testa!”. E questo è diventato motivo di scherzo tra noi, alla fine abbiamo detto: “Si dai, facciamolo diventare il Bowie del 1900!”.

  • “You play the script”Non ha un metodo particolare per far proprio il personaggio. Non ritiene neccessario sempre e comunque far precedere le riprese da un periodo di ricerca o approfondimento. Dipende dal tipo di ruolo che gli viene chiesto, quanto tempo ha a disposizione, ma soprattutto cosa deve fare per sembrare credibile in quella parte:

    Per me è differente ogni volta.. io devo essere sicuro di aver capito bene ogni cosa, di arrivare a fare mio il personaggio e ciò che lo circonda, sapere se potrò impegnrmi fino in fondo. Alla fine devi intepretare la sceneggiatura. Per me i film non sono basati sul romanzo, sull’opera teatrale… tu esegui, svolgi la sceneggiatura meglio che puoi.

  • E’ un grande tifoso di calcio.

    Mi piace il grande calcio, dovunque sia. Sono un tifoso del Liverpool, prima di ogni altra cosa, ma sono andato a vedere anche diverse volte le partire dell’Inter.

  • Sa essere molto diplomatico, nonché premuroso con i più piccoli!
    Quando una bambina gli ha chiesto con quale attrice italiana gli sarebbe piaciuto lavorare:

    Ho lavorato già con un’attrice di quelle con cui speravo di collaborare, in un film davvero pazzesco che tu sei davvero troppo piccola per vedere, che si chiama “Shoot ‘Em Up”, con Monica Bellucci, attrice e persona fantastica.

  • Non è sempre stato abile con gli accenti.

    Non ero molto bravo all’inizio, ho avuto fortuna. Mi sentivo falso, staccato da me stesso Poi ho lavorato con Tim Monich, largamente riconosciuto come il miglior dialect coach al mondo, collabora sempre con Scorsese, spesso con DiCaprio. Siamo andati molto d’accordo, e ci siamo ritrovati in molti altri progetti, cosa di cui sono davvero grato. Ha insegnato alla Juilliard, ha un metodo capace di tirar fuori le tue abilità, molto meticoloso nello scomporre foneticamente ogni battuta; fondamentalmente ti da ogni strumento che ti possa servire, è di grande sostegno, ma poi scompare, non si intromette nel momento della recitazione bensì ti osserva, il che significa avere molta libertà. Alla fine mi ha fatto arrivare ad un punto in cui potevo affidarmi all’istinto, e sentirmi abbastanza sicuro da essere immediato e non preoccuparmi di ogni singolo suono.

  • Ama l’imprevedibilità del suo mestiere.
    Non c’è una lista di ruoli che vuole fare, ciò che lo affascina è la possibilità che

    in un qualsiasi momento puoi ritrovarti tra le mani uno scritto di qualche genere e all’improvviso un nuovo mondo si spalanca davanti a te, che sia un personaggio, un progetto. Con ‘The Knick’ è successo così, stavo girando un’altra cosa, ho letto la prima sceneggiatura e ne sono rimasto folgorato, e poi c’è stata tutta l’avventura in cui ci siamo imbarcati, ricreare il mondo della medicina agli inizi del ‘900, leggere i libri, fare ricerche. Amo il fatto che qualcosa di incredibile possa sempre essere proprio dietro l’angolo.

  • Rimane fedele sostenitore di ogni suo progetto, anche quelli meno riusciti.

    Non sono mai del tutto sicuro quando approccio una nuova parte, ma una cosa che ho appurato è sicuramente che l’appetito può farti superare mille ostacoli. Dei miei film molti non sono hanno avuto l’impatto che avrei voluto o la vita che avrebbero potuto avere, ma lo rifarei mille volte. La miglior mossa in una carriera è scegliere quel progetto, che sia minuscolo o imponente, che stimola il tuo appetito. Mi è capitato spesso di sentirmi dire che un certo ruolo era assolutamente perfetto per me, ma io non mi incendiavo leggendo il copione, sono molto selettivo. Da uno sguardo d’insieme alla mia filmografia si evince subito che è piuttosto variegata, non mi sono fermato su un solo genere, e questo è dovuto proprio alla mia selettività.

    L’importante, fin dalle mie primissime esperienze è che a lavoro finito io possa dire a me stesso ‘ti sei messo in gioco, ti sei impegnato fino in fondo’, e non tanto ‘sei stato il più abile’ . Magari la mia prova non piacerà, non vorrete vederla, ma io sono stato il più sincero possibile. Questo mi ha sempre dato forza, in ogni momento in cui la mia vita professionale avrebbe potuto cambiare direzione.

  • Trova la commedia più difficile del dramma, e da ciò deriva grande ammirazione per Julia Roberts. Credo che la commedia sia davvero molto ardua. Come ho già detto, gli attori che mi hanno colpito di più tra quelli con cui ho lavorato sono quelli che sembrano riuscirci senza sforzo, e quando lavori con qualcuno come ad esempio Julia Roberts, si potrebbe credere, erroneamente, che per lei siano tutti ruoli davvero agevoli, come respirare. Ma far sembrare che tutto sia facile è l’abilità più difficile da acquisire.

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