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“360° Tour”: tra sdegno e stupore

390 tonnellate di palco, 50 metri di altezza, 58 di larghezza e 47 di profondità per un costo totale di 106 milioni di euro: questo è The claw, l’artiglio, che poggia sui quattro lati del parterre e supera l’altezza dello stadio Meazza. Uno stage spettacolare però imbarazzante e non facile da indossare. Ma gli U2, col loro “360° Tour”, mirano a superare se stessi. Alla faccia dell’ecologia, del risparmio energetico e della fame nel mondo. Stiloso come sempre, Bono manda in delirio i 70 mila spettatori con la sua voce elegante e suadente, con le sue movenze sexy. Aprono con “Breathe” e chiudono con “Moment Of Surrender”, il tutto ripreso e gettato sui maxischermi roteanti sopra la loro testa, che mescolano volti del pubblico e immagini di band con la filosofia U2 e i consueti discorsi sul razzismo, sui buoni propositi, sulle condanne e critiche ai governi.

Non manca, infatti, l’invettiva contro il primo ministro Berlusconi: “Si sa che ho avuto delle divergenze con lui sulle sue promesse non mantenute – dichiara Bono. Gli italiani hanno dato tanto al mondo, ma nei prossimi giorni il vostro capo di governo deve decidere che posizioni prendere nei confronti dei poveri e degli indifesi”. Suona un po’ distorto questo ammonimento sotto la magnificenza opulente del “grande artiglio”. Ma tutti applaudono ed esultano. “Non è troppo tardi – conclude – gli dedico “One””.
Lo show incalza, la “chela” si muove: ecco che gli schermi scendono a cono sul palco tondo quasi fino a coprirli, è il trionfo dell’eccesso. L’antenna arancione in cima emana luci a raggiera su tutta la città: serve per collegarsi, in modo simbolico, con il magico mondo dello sponsor Blackberry, ricevere messaggi fotografici dei fan, mandare baci ed entrare in contatto con Marte.

Le danze incalzano. “No Line On The Horizon”, “Get On Your Boots” e la cavalcata western “Magnificent”, ma c’è spazio anche per i vecchi cavalli di battaglia. Sfilano, per la gioia di tutti, “Sunday Bloody Sunday”, “Where The Streets Have No Name” fino a “With Or Without You”. Il tutto intervallato dall’ipnotica “Unknown Caller”, dalla frenesia scalpitante di “Vertigo” e dalla dance convulsa e remixata di “I’ll Go Crazy If I Don’t Go Crazy Tonight” presentata con un Adam Clayton in versione tribale e sintetica. E non finisce qui. Sale sul palco la bella figlia Eve con la quale brinda festeggiandone il diciottesimo compleanno e dedicandole “Party Girl”, scritta quando lei aveva solo tre anni. Poi la marcia sulla passerella di alcuni figuranti mascherati col volto del premio nobel Aung San Soo Ki, alla quale Bono ha dedicato “MLK”. E, infine, la tenera “Angel Of Harlem” cantata per Michael Jackson e proposta in medley con “Don’t Stop ‘Til You Get Enough” e “Man In The Mirror”.

Intanto The Edge sfila sulla passerella, si spinge fino a bordo palco. Ma non è lui la vera prima donna. Peccato. Lui, che ha dato un nuovo volto al suono della propria chitarra, non riesce a tenere il passo con l’ego smisurato del suo eterno compagno che, per la cronaca, è anche occupato a indossare occhiali Bulgari e giacche cosparse di led, cui non manca il crocifisso ciondolante a ricordare la sua umiltà e buon cuore verso chi ha bisogno. Con l’energia utilizzata per questo show è stato calcolato che si potrebbe tenere accesa una lampadina da 100 watt per 159 mila anni.

Ma se, per un istante, spogliamo gli U2 di tutta questa ridondanza tecnologica, cosa rimane? La loro musica.
E forse non bastava?

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