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3D: il cinema in profondità: Bwana Devil & C.

Negli anni ’50 l’avvento della televisione fa tremare le certezze sul futuro dei cinematografi. Come distogliere le persone dalla nuova scatola magica, e riportarle nella magia del cinema? Si ripesca la carta del 3D dal mazzo, un Jolly che promette di offrire qualcosa di più.

L’inizio della nuova febbre per il (ri)nascente fenomeno è individuato con la propaganda nel 1952 di una stereo-camera amatoriale, la Bolex Stereo in grado di girare piccoli filmati casalinghi in tre dimensioni. La pubblicità annuncia il prossimo rientro del 3D al cinema, e rende il prodotto ancora più appetibile al pubblico con la promessa di far divertire grazie alle sue caratteristiche derivate in piccolo dalla tecnologia che sarebbe approdata di lì a poco nelle sale.

Hollywood prepara quindi la sua offerta per la crescente domanda di innovazione tecnologica nella settima arte. Il film che dà inizio a questa seconda età dell’oro del 3D è “Bwana Devil”, del regista Arch Oboler, lungometraggio realizzato interamente con cinepresa binoculare e impressione sincronizzata su due rulli di pellicole.

Il più famoso, invece, è probabilmente l’horror fantascientifico del 1954 “Il Mostro Della Laguna Nera”, ad oggi ancora un cult, seguito a ruota dall’animazione Disney “Melody”, e “It Came From Outer Space”.

Non è un caso che i maggiori successi di questo tipo di cinema siano stati film di animazione, fantascienza od horror. A partire dagli anni ’40, la nascita del colore con Kinemacolor e, successivamente, Tecnicolor, già donava alle immagini una nuova dimensione e una nuova profondità percettiva.

Grandi storie d’amore, film drammatici piuttosto che il genere commedia non avevano molto a che fare con le suggestioni 3D. L’aggiunta della profondità per essere dentro la scena riesce bene nel solo ritaglio di una categoria dove la sensazione prevale sulla riflessione, dove la componente figurativa è prevalente rispetto a quella psicologica.

Non da ultimo, questa qualità immersiva ha un costo. Per esempio, proprio “Il Mostro Della Laguna Nera” richiedeva alle sale la dotazione di proiettori a lenti polarizzate e di occhiali per lo spettatore con lenti anch’esse polarizzate, in modo che ogni occhio visualizzasse solo l’immagine destinata ad esso. Ma le difficoltà tecniche non si fermavano qui: le due pellicole necessarie per la stereoscopia dovevano sempre venire proiettate simultaneamente.

Anche dopo un’eventuale riparazione, la proiezione deve essere ri-sincronizzata e non di rado è necessaria l’opera di due proiezionisti affinché tutto fili liscio. L’uscita dalla sincronizzazione rende la visione quasi impossibile e lo sforzo del nervo ottico era in grado di procurare spiacevoli mal di testa ed un senso d’affaticamento alla vista.

L’incuria di molti cinematografi e la via del tramonto degli entusiasmi per il 3D si accompagnano ad una generica critica negativa della stampa, che criminalizza strumentalmente gli effetti collaterali derivanti da un’errata esposizione al sistema stesso. Quindi con la fine degli anni ’50, e dopo più di sessanta film in 3D, si affievolisce l’interesse per questa forma di fruizione.

Nonostante venga giocata anche la carta del softcore tridimensionale, e malgrado i forti investimenti di marketing, si diffonde la considerazione che la maggior parte dell’offerta tridimensionale sia qualitativamente scadente, al limite del B-Movie.

Ecco allora una nuova era transizione, che fa riemergere tratti di innovazione soltanto venticinque anni dopo.

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