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3D: il cinema in profondità: La visione anaglifica

Se portare l’immagine a muoversi era solo una questione tecnologica, la tridimensionalità necessitava ancora di migliorie. Partendo dal principio della stereoscopia, si arriva successivamente all’invenzione dell’immagine anaglifica.

Un anaglifo (etimologicamente, una tridimensionalità ottenuta scolpendo sopra una superficie) contiene due immagini sovrapposte. Queste rappresentano il punto di vista dei due occhi dell’osservatore; a ciascun occhio è destinata una porzione dello spettro. Utilizzando dei filtri appositi le porzioni di ogni immagine vengono unite dai due occhi, generando l’illusione di una profondità.

Questo filtro è meglio conosciuto come l’occhiale 3D in cartone duo-color. Gli occhiali anaglifici impongono la visione in modo tale che ciascun occhio possa osservare soltanto l’immagine ad esso destinata. Ciascuna delle due immagini proiettate ha un colore dominante, che è lo stesso di ciascuna lente dell’occhiale duo-color.

La coppia di dominanti più comune è quella Rosso – Ciano, ma esistono anche combinazioni diverse: Rosso – Verde e Giallo – Ciano. I punti a favore di questo sistema si individuano prettamente nell’area economica: la pellicola 3D è proiettabile sullo schermo utilizzando un singolo proiettore (dagli anni ’70 in avanti), e l’occhiale di cartone non ha particolari costruttivi o materiali difficili da reperire o realizzare industrialmente, rendendo l’intera operazione semplice e poco costosa.

Tuttavia, è anche la qualità d’insieme del risultato a risentirne: l’immagine stereoscopica non gode di molta luminosità, e la colorazione delle immagini non è del tutto soddisfacente, poiché la resa di alcune sfumature è addirittura impercettibile.

L’occhiale duo-color viene presto sostituito dai visori tridimensionali, mentre nel cinema la terza dimensione viene temporaneamente accantonata, in attesa del nuovo boom nel secondo Dopoguerra.

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