Home > Recensioni > 47 Ronin

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Quella dei 47 Ronin, i samurai rimasti senza padrone, disposti all’estremo sacrificio pur di salvare l’onore del loro signore, è una parte importante della storia e dell’epica giapponese al cui interno si è ormai dissolto il confine tra verità e leggenda. Una storia già portata al cinema altre volte, anche dal maestro Kenji Mizoguchi, tre le più fondative del genere “jidai geki”, il cappa e spada nipponico che tanto ha influenzato anche il cinema occidentale, negli ultimi anni, da Tarantino in giù.

Questa riproposizione in chiave hollywoodiana della vicenda è un’operazione produttiva senza cuore o cervello, nient’altro che la solita macchina da guerra con l’obiettivo unico e solo di racimolare il più grande incasso possibile nel primo weekend di programmazione. Per adattare i gusti e gli umori al pubblico di riferimento si è inserito un protagonista mezzosangue che si unisce alla comitiva, interpretato da Keanu Reeves. L’intenzione di creare un nuovo eroe iconico con le fattezze del Neo di ormai qualche anno fa naufraga miseramente, insieme all’interpretazione monocorde di un personaggio senza troppo spessore, Kai, il reietto che nella lotta per l’onore si conquista il rispetto di quelli che un tempo erano samurai, ma ora sono solo ronin, alla deriva e senza padrone.

L’idea è quella di ibridare il tutto con elementi fantasy: ed ecco zannute creature dei boschi, esseri superiori dotati di superpoteri a metà tra bonzi tibetani e Na’vi del pianeta Pandora, una strega. E basta così. Perché i momenti d’azione soprannaturale sono sempre degli “a parte” che mal si integrano nel corpo della storia. Sulla locandina internazionale compare un personaggio che nel film NON C’È! Segno questo di evidenti problemi in fase di montaggio. L’uscita ha subito più di un rinvio, ma resta un errore di marketing difficilmente perdonabile ad una produzione multimilionaria.

Storia che stenta a decollare nella prima metà, dove vengono presentati gli antefatti, e che invece pecca di eccessiva fretta nella seconda, dove gli eventi si susseguono senza respiro e senza una corretta gestione dei passaggi temporali. Niente di buono, quindi? No, qualcosina c’è: il comparto degli attori nipponici fornisce molte prestazioni all'altezza; la scena dell’assalto al fortino da parte dei ronin è ben ritmata grazie a un montaggio parallelo serrato ma non frenetico e la sequenza nella foresta dei Tengu è l’unica dove la CGI sembra integrarsi perfettamente con il resto.

Può bastare per consigliarne una visione? Se vi accontentate di due disimpegnate ore di combattimenti dove pezzi di Signore degli Anelli, Rambo, e perfino La Storia Infinita vengono miscelati in salsa medioevale dell’Estremo Oriente, magari sì. Se queste operazioni di cannibalismo culturale americano dove le culture “altre” vengono fagocitate e trasformate in materiale sempre e comunque iper pop nel senso deteriore del termine v’irritano quanto me, invece, restate a casa. E qualunque cosa decidiate, risparmiatevi i soldi del 3D, inutile qui come non mai.

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