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50%

Magazzini Generali pieni (o vuoti) per metà.

Sul palco in fondo, alla sua tastiera ipertecnologica c’è John Cale, con lui Dustin Boyer (chitarra), Micheal Jerome (batteria) e Joey Maramba (basso). Fasci di luce rosse e blu a formare dei disegni sullo sfondo. Pensavo davvero di essere entrata in un vecchio locale rock blues.

Mi trovo al confine del pubblico, ed inizio ad osservare: gente disattenta per nulla coinvolta, che parlotta, quasi nessuno canta, alcuni escono a fumare altri preferiscono stare al bar a bere della birra (che dubito fosse molto più invitante che godersi Cale). Già il fatto che io mi sia fatta distrarre dalle persone che avevo attorno piuttosto che dalla musica, rivela che l’interazione, motivo stesso per cui i concerti vengono organizzati, era pressoché nulla.

Ma non mi sento di biasimarli. Il concerto è stato in vecchio stile, se si può definire tale, sembrava uno show case enorme. La grandissima voce di Cale non ha tolto il velo di noia e monotonia che sembrava aleggiare su di noi.

I picchi in cui c’è stato un bel movimento, sono durante i suoi lunghissimi assoli di chitarra, che come per magia svegliavano il pubblico dalla pennichella e si faceva (finalmente) un po’ di casino.

Gran parte del live si è svolto con lui fermo dietro al sua tastiera (ok che ha 70anni, ma Iggy Pop potrebbe insegnargli due cosine), e pure spezzando la lancia a suo favore per la grandissima qualità di musica che ha offerto, mi trovo in ogni caso a bocciare questo concerto. Le grosse sperimentazioni musicali che vorrebbero, forse, svecchiare il sound finiscono solo per appesantire l’atmosfera da post-cena di natale, quando si brama da morire del digestivo e una buona poltrona.

Per onor del vero c’era una parte del pubblico che invece era super entusiasta: i cari 68ini che ormai viaggiano sui sessant’anni e l’ultima volta che si sono divertiti così tanto una sera è quando Prodi ha vinto le elezioni. La restante parte era quella che applaudiva freddamente e creava un fastidioso ronzio durante l’esecuzione dei brani.

John Cale suona per un’ora e mezza, presenta il suo nuovo ep “Extra Playful”, riempie il locale di musica buonissima eppure non coinvolge quanto ci si aspettava, anzi aliena a tratti.

Alla fine della fiera penso che ci si meritava tutti (voi, io, Cale) qualcosa di più.

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