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85 anni: Tanti auguri, Clint Eastwood!

Il 31 maggio 1930 a San Francisco nasce Clint Eastwood. 85 anni, più di trenta film da regista, oltre cinquanta come attore.

Oggi vogliamo festeggiare il compleanno di una delle personalità cinematografiche più amate di tutti i tempi con una raccolta di scene: le nostre preferite, le più significative, quelle ci hanno impressionato, quelle che ci piace citare, quelle che ricorderemo per tutta la vita.

Dal western di William Munny alla guerra del cecchino Chris Kyle passando per l’Africa del regista John Wilson, dalla pistola dell’Ispettore Callahan all’accendino di Walt Kowalski.

«Non credo di avere uno stile particolare. Credo di avere uno stile che si adatta al film. La storia è sovrana. Il casting è fondamentale. Se hai una buona sceneggiatura e dei bravi attori, come regista devi proprio mettercela tutta per fare un brutto film».

Tanti auguri, Clint, e grazie di tutto. Al prossimo film.

Cacciatore bianco, cuore nero” è un film metacinematografico, per cui molte battute possono essere intese come l’espressione del pensiero di Clint Eastwood (che qui è regista e attore nel ruolo di un regista) sul cinema stesso. Una di queste “dichiarazioni” vede John Wilson, il regista da lui interpretato, che ha un moto d’orgoglio nel difendere l’industria hollywoodiana dal suo direttore di produzione inglese che vi si riferiva in toni dispregiativi.

Per tutto il film Wilson non perde occasione di criticare il cinema commerciale, ma in questo soliloquio ha l’occasione di specificare che Hollywood è una città dove si produce e tanta gente lavora sodo; la cattiva fama di Hollywood è dovuta invece alla “prostituzione intellettuale” (Wilson usa termini più schietti) di chi commercia in arte, quando l’arte, come l’amore, è «l’unica cosa al mondo che non dovrebbe essere in vendita».

Francesco

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William Munny è in piedi e fissa l’orizzonte. Il giovane Kid è seduto sotto un albero alle sue spalle. Ha appena ammazzato un uomo. «È così che andava ai vecchi tempi? Tutti a cavallo, fuoco dappertutto, pallottole che fischiano?» chiede al vecchio cowboy, ex ladro e assassino. «Ho avuto anche un po’ di paura. Tu hai mai avuto paura?» «Non me lo ricordo, ero sbronzo dalla mattina alla sera». «È stato il primo che ho ammazzato» confessa il ragazzo piangendo. «Tre colpi mentre se ne stava lì a cagare». «Bevi Kid», risponde Munny. «È una cosa grossa uccidere un uomo. Gli levi tutto quello che ha e tutto quello che sperava d’avere». «Ma quelli se lo meritavano» dice Kid. «Tutti ce lo meritiamo».

È la demitizzazione del vecchio west e ci arriva da uno dei suoi volti più iconici. Eastwood ne “Gli Spietati” interiorizza il discorso iniziato da Peckinpah e Leone, utilizzando l’estetica di John Ford in un western crepuscolare. Uno degli ultimi grandi classici del genere.

Cristina Resa

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Seduta nella mia poltrona preferita nella sala prediletta del cinema che mi ha visto crescere, attendo piena d’aspettativa “Gran Torino“.

Zio Clint – il cinema è un po’ una famiglia – non mi delude: due ore dopo sono ancora sprofondata in quella poltrona, commossa per averlo visto quadrare il (suo) cerchio, concludendo un percorso durato tanti anni e tanti film con un sorriso amaro che guarda al futuro. È stato in quegli attimi che ho sperimentato il momento più perfetto mai vissuto in un cinema: tutti noi in sala, ancora storditi, cullati dalle prime note della bellissima canzone di Jamie Cullum.

Nessuno ha mosso un dito, o ha fatto per alzarsi, o bisbigliato qualcosa. C’era un ammirato silenzio, inviolabile, mentre quella lunga, struggente canzone continuava a riempire la sala.
Parafrasando un giovane talento britannico, è stata una di quelle volte in cui «si entra in sala come un individuo, e se ne esce come un gruppo». E quella volta, per noi, era merito di zio Clint.

Angelica Vianello

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A San Francisco l’ispettore Callahan (la G in più è un’aggiunta dell’edizione italiana) ferma un criminale in fuga sfoderando per la prima volta la sua mastodontica 44 Magnum, la pistola “più precisa del mondo”. Sono passati solo dieci minuti dall’inizio di “Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo”, diretto da Don Siegel, e già le coordinate del personaggio sono chiare: metodi spicci ai limiti della brutalità, reazione alla violenza di strada con altrettanta violenza. L’uomo Clint porterà con sé l’identificazione col personaggio per il resto della sua vita, le sue simpatie repubblicane verranno accentuate facendone un vero “falco”, un esponente dell’ala oltranzista del partito che rappresenta i conservatori negli Usa.

Ci penserà Clint stesso, questa volta anche dietro la macchina da presa, a chiarire i concetti e a chiudere i conti con l’equivoco. È il 2008, Walt Kowalski si dirige con passo sicuro verso la casa della gang di teppisti che infastidiscono il suo protetto e vicino di casa Thao. Una delle scene finali di “Gran Torino” chiude il cerchio e i conti con il passato, con un sacrificio in nome della pacifica convivenza. È l’ultima sequenza in cui il Clint regista dirige il Clint attore, ed è quindi caricata di una valenza simbolica ancora più profonda: gli ultimi suoi istanti sul grande schermo sono un inno alla non violenza.

Donato D’Elia

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Nel buio della sala cinematografica è capitato tante volte, negli anni, di provare stupore davanti alla semplicità – a volte terribile, a volte dolce – con la quale Clint Eastwood filma ogni azione. Addii, omicidi, pianti, abbracci, rivelazioni, confessioni: sembra intollerabile essere chiamati a vederli sullo schermo in modo così limpido e diretto. Eppure.

Se il trailer ti anticipa il mirino del letale “American Sniper” Chris Kyle puntato su un bambino, pensi «no, dai, nel film non sparerà, non possiamo vedere». Eppure.

Se più tardi, nello stesso film, su un altro bambino piomba un trapano, a quel punto non pensi più: piuttosto implori, di non vedere. Eppure.

Valentina Alfonsi

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