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Quanti film ci hanno parlato in maniera approfondita e (soprattutto) “emotiva” del crollo immobiliare che ha scosso, e sta ancora scuotendo, gli USA e che è stato la causa primaria della crisi economica che ancora morde alla giugulare il mondo occidentale? Non molti, ed è forse il merito principale del film diretto da Ramin Bahrani, nato nella Carolina del Nord da genitori emigrati dall’Iran, e scritto da Amir Naderi, lui sì iraniano a tutti gli effetti, a quattro mani con lo stesso regista, in concorso alla Mostra di Venezia edizione 2014.

Ci voleva un occhio “esterno”, forse, per scarnificare fino all’osso un sistema economico malato e destinato inevitabilmente al tracollo. E per mettere il tutto in scena in maniera incredibilmente hollywoodiana, con i pro e i contro che questo comporta.

Michael Shannon è Rick Carver, agente assicurativo che si occupa di sfratti esecutivi per conto delle banche. Per lui la crisi ha significato un incremento di guadagni abnorme, possiede centinaia di abitazioni oramai disabitate, cambia la sua di casa ogni sei mesi, ha moglie, figlie, amante, bella macchina.

Dennis Nash (Andrew Garfield) è al lato opposto della catena evolutiva: operaio senza lavoro, madre e figlio a carico, non riesce ad onorare il suo debito e riceve la visita di Carver che lo mette letteralmente in mezzo alla strada. Ma Carver ha sempre bisogno di operai con poche pretese, e di ragazzi svegli pronti a frodare il prossimo per un pugno di dollari in più…

Il tentativo è palesemente quello di rifare “Wall Street” sostituendo le speculazioni immobiliari a quelle finanziarie; Rick Carver è un Gordon Gekko degli anni Duemila, senza la grandeur e l’indubbio fascino dello storico personaggio che Oliver Stone affidò all’epoca ad un Michael Douglas in stato di grazia. I primi quaranta minuti sono da manuale: la disperazione di Nash e della sua famiglia, la rabbia impotente, l’ingiustizia (apparente?) di uno Stato che compie soprusi attraverso i suoi tutori della legge, tutto arriva allo spettatore in maniera potente, diretta, senza filtri. Il secondo atto gira un po’ a vuoto e si perde in lungaggini per mostrarci  il passaggio di Nash dal lato oscuro della forza.

Il finale torna ad intrigarci se non fosse per un piccolo, grande particolare: è vero che il cinema americano è l’unico al mondo che può permettersi un moralismo di fondo senza risultare politically correct, ma qui forse un po’ più di cattiveria non avrebbe davvero guastato.

Pro

Contro

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