Addio a George A. Romero, pioniere del moderno cinema horror

George A. Romero è morto ieri sera, all’età di 77 anni, nel suo letto e circondato dalla famiglia, dopo «une breve ma dura battaglia contro il cancro ai polmoni», come ha dichiarato il suo produttore Peter Grunwald.

La notizia inutile dirlo, ci lascia sgomenti, perché non si può mai essere davvero preparati alla scomparsa di una leggenda che consideriamo immortale. 

Leggenda è l’unica parola che mi viene in mente, forse non la più adatta. Tuttavia, in quale altro modo si può chiamare qualcuno che ha influenzato così profondamente la cultura popolare da cambiarla per sempre?

Esiste un Cinema prima di George A. Romero e un Cinema dopo George A. Romero. È un fatto. 

Non si tratta solo di aver realizzato alcuni dei grandi capolavori del genere, come “La notte dei morti viventi” (1968), “La cità verrà distrutta all’alba” (1973), “Wampyr” (“Martin”, 1977, “Zombi” (1978), ma di aver concepito e sviluppato un’idea. 

L’idea che un prodotto di puro intrattenimento possa veicolare importantissimi contenuti sociali e opinioni politiche forti. L’idea che anche da quel tipo di cinema possa partire la rivoluzione. 

Certo, Romero non ha inventato la narrazione di genere con sottotesto sociale, ma l’ha definita con chiarezza, facendone un modello che ha cambiato il volto del Cinema (tutto, perché le rivoluzioni non si possono limitare al genere) a seguire. 

«Pensavo che riguardasse la rivoluzione. Sapete, eravamo ragazzi degli anni ’60, delusi dal fatto che la rivoluzione degli anni ’60 non funzionava. La pace e l’amore non avevano risolto nulla e le cose andavano peggio. Allora ho detto, quale potrebbe essere una cosa veramente sconvolgente, rivoluzionaria e che la gente non possa ignorare? I morti che smettono di essere morti. Oh, e c’è un’altra cosa ancora: vogliono mangiare i vivi!» (George Romero, “Nightmares in Red, White and Blue: The Evolution of the American Horror Film”, 2009).

Così, dal 1968, con “La notte dei morti viventi”, nel nostro immaginario gli zombi hanno smesso di essere quelli legati alla tradizione popolare haitiana e al vudù, le donne bianche in stato di trance de “L’isola degli zombies” di Victor Halperin (1932) o “Ho camminato con un zombie” di Jacques Tourneur(1943). Adesso chiunque poteva diventare zombi e i morti che camminano sulla terra, nutrendosi di carne umana e diffondendo questa sorta di contagio, potevano diventare via via allegoria per parlare della guerra, del razzismo, del consumismo. Del mondo odierno. 

Ma non solo zombi, anche vampiri, o presunti tali, con quel capolavoro troppo spesso dimenticato di “Wampyr” (“Martin”, 1977), satira sociale feroce e dolorosissima con protagonista un ragazzo convinto di essere un vampiro. 

Innovatore, grande comunicatore e un talentoso artigiano del cinema vecchia maniera, anche con “Creepshow” (1982) è stato in grado di portare sul grande schermo l’essenza della grande tradizione classica del fumetto horror americano anni ’50 – ’60, adattandola ai propri tempi, riuscendo sempre a mantenere il suo sguardo critico verso il presente con tagliente ironia. 

George A. Romero, con il suo cinema, tra alti e bassi, ma sempre in modo onesto e consapevole, ha continuato costantemente a fare questo. A parlarci in modo critico del presente, gridare la sua opinione, a permettere ad altri, seguendo il suo esempio, di fare lo stesso. 

Grazie di tutto, George.

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