Akira Kurosawa: Venezia ricorda un suo maestro

Nel 1951 il regista giapponese vinse il Leone d’Oro con Rashomon, mentre nel 1982 fu la volta del riconoscimento alla carriera: domenica scorsa il convegno per i cento anni dalla nascita

Venezia 66 pensa anche alla grande – anzi grandissima – Storia del cinema, e lo fa con un convegno sul regista giapponese Akira Kurosawa in occasione dei cento anni dalla sua nascita, che si festeggeranno nel 2010, tenutosi domenica pomeriggio in Sala Pasinetti mentre la gente, al piano superiore del Palazzo del Cinema, applaudiva i registi Pixar.

Saranno numerose le occasioni, durante il prossimo anno, organizzate in diverse città italiane per ricordare l’opera di Kurosawa, scomparso nel 1998, ma Venezia è una location speciale perché fu proprio grazie al Leone d’Oro del 1951 conferito a Rashomon, che il cinema del regista giapponese poté sbarcare in Occidente.
E lo conquistò, l’Occidente: se non proprio il suo pubblico, sicuramente i suoi critici e cineasti. Tanto che è possibile azzardare che lo spaghetti western, e la sua firma più prestigiosa, Sergio Leone, non sarebbe stato possibile senza Yojimbo (arrivato in Italia come La sfida del samurai), di cui Per un pugno di dollari fu essenzialmente un remake. Ma l’influenza fu più ampia e internazionale, come ha ricordato Peter Cowie, critico e storico del cinema, e, tanto per citare qualche esempio, è legata in particolare al suo cult I sette samurai, di cui I magnifici sette di John Sturges (1960) è un rifacimento e cui A Bug’s Life (1998), proprio dello studio Pixar, strizza più volte l’occhio.

Ad aprire il convegno di domenica è stata la proiezione di un documentario che ha ripercorso, in poco più di venti minuti, l’intera opera di Kurosawa, da Sugata Sanshiro del 1943 fino a Madadayo del 1993, e che ha enucleato immediatamente la caratteristica principe del regista: l’instancabile desiderio di lavorare. “Non sarei felice se non fossi in grado di lavorare” afferma Kurosawa stesso, innamorato del lavoro manuale – in fase di montaggio scorreva la pellicola tra le dita – e delle feste a base di litri di birra e in compagni di troupe e attori ad ogni fine ripresa. [PAGEBREAK]

Ma perché Kurosawa fu così ben accolto qui in Occidente mentre altri suoi contemporanei, come Ozu e Mizoguchi, furono scoperti solo in tempi molto molto recenti? La risposta, emersa, dagli interventi dei relatori – Donald Richie, Michel Ciment, Richard Collis, Aldo Tassone e Teruyo Nogami – è semplice: Kurosawa ero uno squisito conoscitore della cultura europea, del Rinascimento Italiano, della musica, del “nostro” cinema, mentre proprio noi, dall’altra parte del mondo, del Giappone non sapevamo praticamente nulla. Dostoevskij era il suo scrittore preferito, come ha ricordato Ciment, mentre, secondo Orson Welles, Kurosawa era il più intenso interprete di Shakespeare. Il trono di sangue, infatti, è ispirato al Macbeth, mentre il più recente Ran (1985) è basato sul Re Lear.

Per spiegare il successo di Kurosawa si può anche ricordare l’interesse e la fascinazione degli occidentali, in epoca post Seconda Guerra Mondiale, nei confronti delle popolazioni conquistate. Ma c’è sicuramente di più. Valore transculturale a parte, Kurosawa viaggia tra i generi – dai tantissimi film in costume alla struggente storia di vita Vivere (1952) fino all’onirico Sogni del 1990 – e si reinventa di continuo in una carriera lunga più di trenta film. Dopo il Leone d’Oro conferitogli nel 1982, Venezia ha ricordato, con il pomeriggio di domenica, un tassello essenziale nella storia del cinema mondiale.

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