Atoms For Peace: Via da Spotify

“The Eraser” di Thom Yorke (2006), “Amok” degli Atoms For Peace (2013) e “Ultraista” di Nigel Godrich (2012) sono spariti da Spotify. La spiegazione in un tweet di Nigel Godrich, il produttore inglese che ha nel suo catalogo anche i Radiohead: “Comunque questo è tutto, siamo fuori da Spotify. Non possiamo continuare oltre. Una piccola ribellione. Qualcuno doveva dire qualcosa. Non è una cosa buona per la nuova musica. La ragione è che con questo modello i nuovi artisti non vengono pagati un c…. è un’equazione che non funziona proprio“.

Nigel Godrich continua:«L’industria musicale sta per essere rilevata da chi si muove dietro le quinte e se non cerchiamo di assicurare un trattamento equo agli artisti e produttori di nuova musica l’arte ne soffrirà (…) Anche i numeri su Spotify non ammontano ancora a qualcosa di significativo, ma non è quello il problema…Si tratta di consolidare un modello che nel tempo produca grande valore. Nel frattempo le piccole etichette e i nuovi artisti non possono neanche tenere le luci accese. E questo non è giusto. La gente ha paura di parlare o di non partecipare perché gli si dice che se non prende parte al gioco perderà una enorme occasione di esposizione. Intanto, milioni di stream gli procurarono qualche migliaio di dollari, a differenza di quello che succede con la radio. Diverse opinioni sono le benvenute, ma è necessario discuterne e trovare un nuovo modo di pensare. Se hai un catalogo enorme, come una major, ad esempio, allora ti arrivano un po’ di soldi, ma produrre nuova musica registrata necessita di finanziamenti. Alcuni dischi possono essere fatti su un laptop, ma altri hanno bisogno di musicisti e di tecnici qualificati e queste cose costano denaro. Il catalogo dei Pink Floyd ha già generato miliardi di dollari per qualcuno (non necessariamente la band), e dunque metterlo ora su un sito di streaming ha perfettamente senso. Ma se nel 1973 il pubblico avesse ascoltato Spotify invece di acquistare i dischi dubito fortemente che “Dark Side” avrebbe potuto essere registrato: sarebbe stato troppo costoso. Credo che il punto sia…che lo streaming è adatto al catalogo, ma non può funzionare come modo di promuovere le nuove opere artistiche…O Spotify e siti analoghi affrontano la situazione e cambiano il modello per le nuove pubblicazioni, o tutti i produttori di nuova musica dovrebbero essere così coraggiosi da togliere il disturbo. Senza nuova musica, quei siti non hanno potere».
Nigel Godrich non è l’unico a pensarla così, al punto che Stephen Street, produttore di Smiths, Blur e Cranberries, ha tweettato a sua volta sull’argomento chiarendo:«È esattamente ciò che dissi io quando qualche anno fa i Radiohead resero disponibile il loro album gratis o a offerta volontaria. Una cosa che si adattava a delle superstar con dieci anni di investimenti della EMI alle spalle ma che non aiutava affatto gli artisti emergenti: dava il messaggio sbagliato che la musica non aveva valore. E ora, Thom, si ritorce contro di te!»

Fonte: Twitter

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