Da oggi al cinema la «Indiana Jones» di Kechiche

Arriva in Italia “La Vita di Adèle” di Abdellatif Kechiche, Palma d’oro eccezionale, tanto che il presidente di giuria Steven Spielberg ha fatto un’eccezione al regolamento, conferendo il premio più ambito anche alle due protagoniste, Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux. Distribuito da Lucky Red e ispirato alla graphic novel “Il blu è un colore caldo” (“Le bleu est une coleur chaude”) di Julie Maroh, “La Vita di Adele” (qui la nostra recensione) promette di suscitare reazioni viscerali anche qui, sull’onda lunga delle polemiche e del trionfo di critica e pubblico, con un’ottima partenza sia in Francia che negli Stati Uniti, dove il film potrebbe arrivare, secondo alcuni rumors, alla candidatura all’Oscar per la protagonista Adèle e la regia.

«Non credo che il mio cinema sia così lontano da quello di Spielberg, un grande regista sa cogliere certi aspetti tecnici. Sapevo che il mio film lo avrebbe potuto interessare; certo, di qui a pensare di vincere…ma non mi ha sorpreso che sia stato proprio lui a premiarmi. Spielberg è un uomo integro ed onesto e la sua decisione mi ha reso ancora più contento. In fondo Adèle è un’eroina, come Indiana Jones»: Abdellatif Kechiche, a Roma per presentare il film con Adèle Exarchopoulos e Jérémie Laheurte, ha un volto molto più disteso rispetto a quando, quest’estate, aveva addirittura auspicato che il film non uscisse più perché «ormai irrimediabilmente sporcato» dalle polemiche con il cast. Dopo i sorrisi e le riverenze d’obbligo sulla croisette si è scatenato un simbolico “tirez sur le pianiste”, una querelle mediatica in cui Kechiche è stato accusato dalle attrici e dalla troupe di essere una sorta di tiranno sul set, sottoponendo tutti a massacranti orari di lavoro.

Il primo dardo infuocato l’ha scagliato quest’estate la Seydoux: «Le riprese sono state dure, oppressive. Abbiamo potuto vedere il film solo a Cannes, scoprendo che era rimasto solo il 5 per cento di quanto avevamo girato. In nessun’altra professione si accetterebbe quel che abbiamo subito: in Francia il regista è una superpotenza». Più defilata la Exarchopoulos: «A lui piace lavorare fino allo sfinimento e lo pretende anche dagli altri, senza rendersi conto che per tanti è dura lasciarsi completamente andare per ore».
In effetti, guardando “La Vita di Adele” ci si rende conto che un’opera così assoluta, così pensata e al contempo così spontanea, può essere stata realizzata solo con un lavoro totalizzante e sicuramente stressante.

«Il mio approccio al cinema forse dà l’impressione che ogni film sia stato molto pensato — ammette Kechiche con i giornalisti italiani — ma questo è dovuto al fatto che nei miei film certi temi, come l‘insegnamento o l’arte, tornano sempre. Inoltre ho bisogno di creare un rapporto molto intimo con gli attori, per cui provo un’infinita tenerezza e rispetto. La cosa che mi appassiona di più è vedere come un attore si trasforma davanti alla macchina da presa».

In risposta alle polemiche Kechiche traccia il manifesto della sua poetica (qui il nostro approfondimento): «Il cinema ci permette di scavare a fondo nelle verità più segrete dell’animo umano, c’è uno schermo che ci protegge e che al cinema può essere svelato per mettersi a nudo. Ecco perché cerco attori che siano capaci di darsi in maniera completa. Non per fare i complimenti alla donna che mi siede di fianco, ma Adèle ha messo nel film tutta la sua forze e le sue emozioni, ha espresso se stessa. Il lavoro con lei non è frutto di elucubrazioni intellettuali, è venuto tutto spontaneo e naturale».

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