Daniele Luchetti presenta il nuovo film

Parlare dei propri genitori non è facile. «”Anni felici” inizia dicendo “Sono io” e si conclude affermando che sono fatti immaginari, la verità sta nel mezzo», esordisce così Daniele Luchetti per descrivere il suo ultimo film, intimo, personale e a tratti (molti) autobiografico. Un ritratto dell’Italia negli anni 70, prima del terrorismo, quegli anni contrassegnati dalla spasmodica ricerca della libertà, un periodo in cui ci si affranca per la prima volta da tradizioni secolari, antichi pregiudizi e si gettano le basi per un nuovo ordine. A partire dal nucleo fondamentale, la famiglia.

E gli occhi di Dario, la sua telecamera Canon Super 8 sono i testimoni di questa fondamentale trasformazione: quella dei genitori, del suo piccolo mondo familiare che rispecchia il fermento sociale e artistico dell’epoca. Ma i ricordi di Dario altro non sono che quelli del regista, rielaborati in quanto a fatti e personaggi, ma autenticissimi nei sentimenti: «Ho dovuto inventare molte bugie per riuscire ad avvicinarmi a quella che umilmente definisco la verità. È stato difficile tenere assieme affetto e crudeltà, ma a fine giornata avevo l’impressione che il film si girasse da solo».

Coerente con il desiderio di riportare in vita il passato è anche la scelta di girare in pellicola: «La pasta della pellicola è l’immaginario stesso del cinema, mentre il digitale è una tecnologia ancora immatura: non so capacitarmi di come stiamo buttando nella spazzatura una delle cose più preziose dell’ingegno umano».

L’intimità del progetto è una delle ragioni (oltre quelle commerciali) per cui Luchetti ha voluto presentare il film lontano dalla sacralità del Lido, scegliendo invece le atmosfere rilassate di Toronto, dove è stato ricevuto come “commovente e penetrante”, accoglienza che trova grande eco già nei commenti della stampa nazionale alle proiezioni dello scorso venerdì (qui le nostre foto del regista e del cast).

Kim Rossi Stuart interpreta il padre Guido: «Sulla carta rischiava di essere troppo monolitico, le sue ragioni non erano evidenti, così è stato importante lavorare con Daniele affinché avesse una parabola, dei chiaroscuri, dei lati anche respingenti». Diverso invece l’approccio di Micaela Ramazzotti, che ha potuto conoscere e lasciarsi ispirare dalla madre del regista: «Sono partita dal suo sguardo, determinato e intenso, poi ho seguito le indicazioni di Daniele, per lui Serena “sono dieci donne assieme”. Alla fine l’immedesimazione è stata tale che si riferiva a me e Kim come Guido e Serena». Nel cast anche Martina Friedricke Gedeck, scelta da Luchetti per la sua empatia nel recitare il ruolo della figura peccaminosa che dall’esterno altera l’equilibrio familiare, «Per me Helke — ha detto l’attrice tedesca — rappresenta un grande cambiamento di vita, rappresenta la libertà».

«Mi dicevano stessi prendendo delle vendette — conclude Luchetti — ma per me è un atto d’amore all’umanità dei miei genitori, questi personaggi sono in grado di vivere passioni fino in fondo, in un modo in cui forse i miei non sono riusciti».

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