Oscar 2014: Gli acceptance speech e le interviste ai vincitori

Discorsi da Oscar: da Solomon Northup a Diego Armando Maradona, dal Messico all’Australia, le parole più belle dei premiati alla 86esima edizione degli Academy Awards.

STEVE MCQUEEN, l’eredità di Solomon
«Ogni uomo merita di vivere pienamente la propria vita e non di sopravvivere, è questa l’eredita più importante che ci lascia Solomon Northup». Steve McQueen ricorda il protagonista del suo “12 anni schiavo“, premiato come miglior film dell’anno. La sceneggiatura di John Ridley, anch’essa insignita della statuetta, si basa infatti sui racconti del vero Solomon, uomo libero ridotto in schiavitù negli Stati Uniti di metà Ottocento. McQueen è il primo regista nero a vincere nella categoria maggiore degli Academy Awards: «è un progresso positivo, finalmente le figure che prima erano sullo sfondo passano in primo piano». Parla anche Brad Pitt, non solo interprete ma anche produttore del film: «ho amato molto questo progetto, una storia eroica e importante, un cast straordinario».

ALFONSO CUARÓN, l’orgoglio messicano
«Un’esperienza che mi ha trasformato — e meno male, perché ci è voluto così tanto che in caso contrario sarebbe stata una perdita di tempo», Alfonso Cuarón scherza sull’impegno richiesto dalla lavorazione di “Gravity“, la sorprendente avventura spaziale in 3D che ieri ha conquistato sette Oscar.
Alfonso ringrazia il figlio e co-sceneggiatore Jonás (anche autore del corto “Aningaaq“), Sandra Bullock che è stata «il cuore e l’anima del film» e George Clooney «per la sua fiducia». È la prima volta che un regista sudamericano riceve la statuetta come miglior regista: «ne sono fiero e felice», dice ai giornalisti. «Io penso tuttora in messicano».

CATE BLANCHETT, il cinema al femminile e i talenti australiani
«Quello appena trascorso è stato un altro anno di splendide interpretazioni femminili», esordisce Cate Blanchett quando prende dalle mani di Daniel Day-Lewis il suo Oscar come miglior attrice protagonista per “Blue Jasmine” di Woody Allen.
«I film che hanno donne come protagoniste non sono prodotti di “nicchia” ma incassano molti soldi perché il pubblico vuole vederli», continua l’attrice citando anche il lavoro delle proprie avversarie: Sandra Bullock in “Gravity”, Judi Dench in “Philomena” («una carriera straordinaria»), Amy Adams in “American Hustle” e Meryl Streep in “Osage County”.
A Julia Roberts indirizza invece un ironico «hashtag #SuckIt» (qui una delle tante gif animate). Ringraziamenti affettuosi anche nei confronti della Sydney Theatre Company, di cui è stata direttrice artistica negli ultimi anni. «Il mio paese è pieno di talenti creativi», ha aggiunto più tardi nella press room. E sul fatto di essere la prima attrice australiana ad aver vinto due statuette, «Don’t you f-ing forget it!»

LUPITA NYONG’O, lo spirito di Patsey
La trentunenne Lupita Nyong’o, primo film e primo Oscar, rende omaggio «allo spirito di Patsey», la giovane schiava che ha interpretato in “12 anni schiavo“. «Mi sento come Willy Wonka nella Fabbrica di Cioccolato», dice poi alla stampa. E non dimentica i compagni di set, da Chiwetel Ejiofor a Michael Fassbender («sei stato la mia roccia»).

PAOLO SORRENTINO, i campioni Fellini, Scorsese, Talking Heads e Maradona
La grande bellezza” vince l’Oscar come miglior film in lingua straniera e Paolo Sorrentino arriva sul palco accompagnato dal protagonista Toni Servillo e dal produttore della Indigo Nicola Giuliano. Il regista ringrazia gli attori, la troupe, la famiglia, Roma, l’Italia e le sue «fonti di ispirazione Federico Fellini, Martin Scorsese, i Taking Heads e Diego Armando Maradona».

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