ViaEmilia DocFest: Le violenze del dopoguerra

Il dopoguerra, i neofascisti, gli esuli partigiani condannati per violenze. Il racconto di un’esperienza resistenziale poco conosciuta e dimenticata dalla storia ufficiale, che vede un gruppo di partigiani che non si accontentarono della liberazione, che non vollero perdonare e furono messi fuorilegge. Questo documenta “Memory- Fughe Dalla Democrazia” (Italia, 2010, 62′) diretto da Alessandro e Mattia Levratti in concorso alla seconda edizione di ViaEmiliaDocFest, il primo Festival italiano online del cinema documentario, promosso da Pulsemedia in collaborazione con Solares-Fondazione delle Arti, Arci Ucca e con gli Assessorati alla Cultura del Comune di Modena e di Reggio Emilia.

Di seguito l’esclusiva intervista agli ideatori della pellicola.

Il mondo del web, la multimedialità e le nuove tecnologie influiscono sul
vostro modo di creare film? E se sì, come?

“Non influiscono nel nostro modo di creare film. Possono certamente contribuire al lavoro di ricerca, alla condivisione dei dati, alla messa a punto di strutture operative (scalette, annotazioni, condivisione di premontati, ricerca e scambio di suggestioni musicali e visuali) in un lavoro che, tuttavia, possiamo definire preesistente alla creazione ma che, nella creazione vera e propria, non ha, per il tipo di messa a punto che operiamo, un’incidenza decisiva”.

Credete che il web possa essere decisivo nella diffusione del cinema documentario?

“Il web è senz’altro importantissimo nella diffusione del documentario. Questo Festival ne è una piena dimostrazione. Pensiamo infatti che, parallelamente alla più tradizionale ‘proiezione in sala’, la condivisione su web sia uno strumento formidabile per intercettare segmenti di pubblico altrimenti irraggiungibili.

Possiamo tranquillamente riconoscere, e non per motivi maldestramente lusinghieri, che grazie a questo Festival (del documentario online) tante persone che per i motivi più disparati non erano riuscite a visionare la nostra opera, lo stanno facendo ora nei tempi e nei luoghi che più gli aggrada. Oltre a ciò (e come per altre forme d’arte) il web aiuta tantissimo nella diffusione del trailer, della colonna sonora, degli eventi che gravitano attorno al documentario favorendone e potenziandone la fruizione complessiva”.

Perché avete scelto di raccontare questa storia attraverso il documentario?

“Abbiamo scelto di raccontare questa storia attraverso il documentario perché pensavamo che fosse di primaria importanza dar voce ai protagonisti in carne e ossa soprattutto a fronte di un’età anagrafica visibilmente avanzata (alcuni di loro, infatti, ci hanno purtroppo lasciato in questi ultimi mesi).

Volevamo dare alla testimonianza un corpo, un tono, una voce all’interno di un contesto narrativo complicato sia per il lasso di tempo preso in analisi (dal 45′ al 68′) sia per gli eventi che lo caratterizzano (la violenza del dopoguerra, la Prima Repubblica, il Socialismo Reale, la Primavera di Praga). Sarebbe stato infatti impossibile riportare taluni silenzi o certe espressioni dei nostri protagonisti con il solo veicolo narrativo, ad esempio, della scrittura. Vi è per tanto, nella scelta che abbiamo operato, la consapevolezza che accanto al dato analitico proprio degli storici (essenziale in questo lavoro di ricostruzione degli eventi) fosse altrettanto irrinunciabile (in una storia dentro alla Storia) il ‘lato emozionale’ che segna e caratterizza le scelte e i percorsi di vita di questa importantissima vicenda del secolo scorso”.

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Quanto è stato importante il materiale d’archivio nel vostro lavoro? Avete incontrato delle difficoltà nel recuperalo e nell’utilizzarlo?

“Il materiale d’archivio, nel nostro lavoro, è stato di primaria importanza. Articoli di giornali, pubblicazioni, carte processuali, quaderni, opuscoli, documenti dei servizi segreti sono stati tasselli importantissimi nella ricostruzione delle vicende storiche riportate da Memory. Esattamente come è stato decisivo il lavoro di reperimento delle testimonianze, in Italia e in Repubblica Ceca. Difficoltà, in questo senso, a tratti ce ne sono state. Tuttavia, la fatica del documentarista, è proprio quella, tra le altre cose, di ovviare alle complicazioni che il lavoro di ricerca e approfondimento, inevitabilmente, porta con sé”.

Tre cose per invogliare il pubblico a guardare il vostro doc e votarlo.

“Memory va a nostro avviso visto (ed eventualmente votato) perché per la prima volta alcuni protagonisti della Resistenza (del Triangolo della Morte e della Volante Rossa) raccontano vicende legate alla violenza del dopoguerra. Ne parlano in prima persona, pubblicamente, assumendosi la responsabilità di quanto accaduto. Tale capacità di racconto soggettivo è senz’altro una novità per ciò che concerne la pubblicistica e il corpo di opere che hanno a più riprese e da più punti di vista affrontato il medesimo argomento.

Prima di Memory (e anzi con un certo sotteso ‘negazionismo’) nessun partigiano del Triangolo della Morte o della Volante Rossa aveva messo la faccia nel riferire il perché delle violenze e degli omicidi perpetrati dopo il 25 Aprile 1945. A fronte di ciò, merito del documentario è anche quello di aver situato tali racconti in un contesto storico complesso (quello della nascente Prima Repubblica) e di averlo reso ‘comprensibile’ ai non addetti ai lavori attraverso un corposo e minuzioso trattamento della documentazione accademica e d’archivio tentando di sfuggire al rischio di costruire un piano interpretativo non supportato, come talvolta è accaduto in talune pubblicistiche, da dati scientifici che inficino quanto si va raccontando.

Dentro a tale racconto (dei partigiani) ed elaborazione (degli storici) emerge poi un pezzo della storia novecentesca, la storia di una militanza comunista che dalla via Emilia, passando per Piazza del Duomo, corre clandestinamente a Praga e si scontra con i carri armati di un socialismo reale che segna, nel fallimento della Primavera Cecoslovacca, la fine di un’utopia pagata a carissimo prezzo. Vi è in Memory dunque, non solo la Storia, ma le storie umane, nella loro bellezza e fragilità, che si fondano con gli accadimenti che il tempo e la memoria sedimentano nel cuore di tutti noi. Scavarci dentro vuol dire provare a capire chi siamo e da dove veniamo. E forse, dove un giorno andremo”.Fonte: Mongini Comunicazione

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