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Quando alla riflessione non corrisponde interesse

Seguendo il corso di quel Rinascimento musicale che è (stato) l’universo Touch & Go e AmphetamineReptile, a destra e a manca si può notare il rifiorire di realtà musicali desiderose di approfondire le oramai classiche tematiche di un rock scheletrico e spesso matematico, denso di discordanze e bordate di rumore. Vale come esempio il sopraccitato gruppo, dove A Frames sta come via alternativa alla più di tendenza moda del garage in bassa frequenza, fintamente radicale, e spesso e volentieri dorato da una patina modaiola di cazzeggio elettronico. L’erba, il fascio, etc, ci sono naturalmente eccezioni: i Liars, per esempio, o i qui presenti A Frames.
Nello specifico, si presentano con un album di 34 minuti – troppo lungo – retto soprattutto dal lavoro di basso e batteria – qui ritornano i segni del presente musicale, con la propria carica di minimalismo strumentale -. In realtà i pochi interventi di chitarra si dimostrano incisivi quanto basta a marchiare di personalità il suono del gruppo, come quasi sempre accade in realtà musicali di questo tipo. Qualche sfregio elettronico e una voce indolente segnano il panorama del disco, che a volte sa essere divertente nel suo farsi e a volte incredibilmente monotono. Pesa molto sul risultato complessivo una vena artsy troppo accentuata, che appesantisce il risultato finale e rovina le buone intuizioni intraviste. In un certo senso, si tratta di una versione (ancora) più post-moderna dei suoi contemporanei, dove però questa lungimiranza taglia alla base la vitalità e il calore della proposta.
Vengono in mente gli Scratch Acid, o una versione molto più seriosa dei nostrani One Dimensional Man, o, ancora, un’alternativa particolarmente scarsa alle sperimentazioni del Pop Group. A risentirci.

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