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  • A Perfect Circle: Mer De Noms

    A Perfect Circle

    Data di uscita: 12-09-2005

    Loudvision:
    Lettori:

Il cerchio davvero perfetto

Apertura chitarristica decisa e composita, per un’inondazione sonora senza preavviso, travolgente nell’insieme fitto di note fisiche e strumentistiche… “Mer De Noms” ti lascia senza fiato, con la bocca piena d’acqua rumorosa e saporosa, da subito, senza darti tregua emotiva. Questo primo, difficilmente pareggiabile caleidoscopio assemblato da frontman e tecnico del suono degli eclettici ed insondabili Tool, Maynard James Keenan e Billy Howerdel, si colloca nell’olimpo elitario di quei debutti perfetti senz’alcuna riserva e, come tali, inevitabilmente indimenticabili.
Un letterale “crossover” di matrice rock melodica, delicato, discreto ed ascendentemente spiraleggiante a tal punto da toccare vette vertiginose in assenza di quella gravità che, nella maggiore e banale parte dei casi, ci tiene concretamente ancorati a terra, senza possibilità di perdizione. Un decollo sorretto solidamente dalla chitarra, a turno ritmica o solista, di Howerdel, su cui Maynard può impostare solo la rotta più perfetta: un equilibratissimo gioco di ruoli consapevole e paritario, dove forte risalta quell’inattaccabile ed estetica finalità d’intenti. Entrambi ineccepibili nella propria parte contribuiscono, sul palcoscenico d’una sessione ritmica pulita ed affidabile, ad apportare la personale parte d’indubitabile bellezza. Interamente giocato sull’idea d’una sonorità d’insieme liquida, teatrale ed elegantemente patetica, l’album si libra morbido ed avvolgente intorno a te, per poi permeArti d’un’inconsapevole coscienza di sottocutanea sperimentazione del Bello assoluto. Come può, infatti, non venirti la pelle d’oca nelle turbinanti melodie circolari di “Orestes”, ove le linee vocali si muovono in una sublime danza con arpeggi galanti? Come può non suscitare vertici di commozione il finale drammatico della disillusa “3 Libras”, piuttosto che dell’onde(che)ggiante “Brena”? Come si può resistere al trascinante e nervoso groove, sempre snello e agile, d’episodi come “The Hollow” o del singolo “Judith”, che così tanto scalpore suscitò per il coraggioso “Fuck Your God!”? Sotto qualsiasi punto di vista ogni singolo episodio ostenta, con ironica discrezione, ossimorici binomi quali rarefatto spessore, geometrica irregolarità o dolce aggressività; sotto qualsiasi punto di vista, l’intero album corrisponde ad un disegno chiaro e nitido, ma ciò nonostante emotivo, mai sentimentale.
“Mer De Noms” è la dimostrazione tecnica ed esatta di come la materia del Caos possa essere plasmata sino a forgiarne un cerchio perfetto, di come un uomo possa assumere una posizione fetale che (rac)chiuda in sé tutto ciò che l’animo può contenere.

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