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A scuola di successo

“Showtime” (“Yong Xin Tiao”) è un film che è stato accusato da più parti di soffrire della sindrome di “Amici” di Maria De Filippi, piuttosto che della tematica globalizzata di spettacolarizzare il processo di apprendimento, competizione e crescita di giovani studenti delle discipline dello spettacolo. Di fatto, il film ritrae la preparazione al grande debutto di un gruppo di giovani artisti, promuovendo certamente l’idea di una gioventù votata al successo e alla volontà di emergere, ma non senza una morale. Ce lo spiega il cast ed il regista Stanley Kwan che rilancia la prospettiva di visione del film da un punto diverso: quello del rapporto tra docente e discente.

Al regista Stanley: che progetto di film si tratta? è una storia che si svolge in una città precisa, Shanghai, con la quale il regista ha un rapporto particolare. È un viaggio tra presente e passato e una storia di ‘trasmissione’. Come hai sviluppato il progetto e perché hai deciso di usare debuttanti?
Stanley Kwan: personalmente sono legato alla Shanghai degli anni ’90 in cui ho girato il film “Red Rose, White Rose”; in quel caso avevo visto in Shanghai una città quasi europea. Anche quest’anno girando all’Expo di Shanghai ho sentito nuovamente questa vena cosmopolita che attraversa diverse culture e quindi ha rilevanza globale. Mi sembrava un ottimo setting, e mi sembra tuttora un ottimo setting. Da quella sensazione di vent’anni fa ad oggi c’è una linea di evoluzione e continuità. Per questo ho scelto degli attori giovanissimi. Nel 2008 inoltre ho fatto “Il Fiume Azzurro”, il mio primo musical, con il fine di consacrare un forte legame con i giovani studenti di recitazione. Giovani attori delle compagnie teatrali di Shanghai, che facevano ancora studi di settore e la cosa è importante per me dal momento che mi sento vicino alle problematiche di inserimento di questi debuttanti nella professione di attori.

Fosse lei giurato e dovesse giudicare il suo film?
S.K.: Per me “Showtime” è un film molto personale per le esperienze di cui racconta, che mi hanno visto coinvolto in prima persona quando iniziai lo stesso percorso negli anni ’80. Da giurato darei importanza soprattutto al rapporto tra anziani insegnanti e giovani attori, che è il forte rapporto tra i personaggi. La storia non è altrettanto forte, ma è importante secondo me sottolineare come non sia solo un musical. Non giudicatelo come tale, ma dal punto di vista dello studente e del maestro.

Per questo progetto ha detto di voler dare opportunità a nuovi talenti. Che cosa avete fatto durante le riprese per farlo?
S.k.: Io, come tanti media cinesi sanno, ho avuto una storia. Sono partito da un’esperienza recitativa, poi mi sono occupato di produzione, infine sono stato aiuto regista. Seguendo la corrente della Nouvelle Vague di Hong Kong ho seguito registi famosi di Hong Kong. Dieci anni fa ci presentammo con un film a Cannes e ci dicemmo che per quanto molto bello c’era bisogno di rilanciare una scena emergente. Partecipavamo con attori famosi della scena cinematografica Hong Kongese e volevamo tutti aprire una finestra sul futuro del cinema cinese. Con attori che non fossero dei nomi, che fossero freschi e in grado di sognare questo lavoro. Questo mio film è un segnale di rispetto verso tutti coloro che mi hanno aiutato ad iniziare.

Agli attori: com’è stato passare dai musical teatrali ad un regista di cinema?
Gao Ting Ting: Per me come per tutta la classe è stata una prima volta in cui abbiamo lavorato con un regista di questa elevatura. In occasione de “Il Fiume Azzurro” c’eravamo conosciuti già, ma con questo film le opportunità di imparare sono state molto più profonde. Vi faccio un esempio: molto conta come si arriva in scena, con quale coscienza. Per quanto stupido questo aneddoto possa sembrare: l’ambiente in cui lavoriamo risente della cura che noi poniamo ad esso. Abbiamo inizialmente molto spesso lasciato bottiglie vicino al luogo dove giravamo per poi scoprire che era Stanley stesso a darci l’esempio ripulendo lui per noi quello che avevamo seminato in giro. È stata una lezione morale di virtuosità.

Jiang Yi: Per me non ci sono grandi differenze tra la scuola di musical e il cinema come lo abbiamo affrontato con Stanley. La principale che ho percepito è prevalentemente a livello teorico: il regista, rispetto a quanto facevo alla scuola di musical, ci ha chiesto di prestare più attenzione ai dettagli, per dare un maggior contributo attoriale di fronte alla telecamera.

Wang Nan: Per me è stata una grande esperienza. Umanamente parlando. I professori accademici sono severi, piuttosto inquisitori, ti puniscono e a volte ti insultano (bonariamente) per spronarti. Stanley invece ti rispetta moltissimo, non inveisce mai, non punisce. Quando va bene la scena dice “bene” anche se non capisci che cosa sia andato bene. In occasioni poi più conviviali apre la sua “scatola nera” e ti mostra tutte le sue abilità di grande stratega, la sua visione e confessa quello che è stato insuperabile e quello che invece non è stato così buono.

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