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A teatro lo spettacolo di Koltés

“Lotta Di Negro E Cani”, di Bernard-Marie Koltés, è in scena a Milano al Teatro I sino al 12 marzo. La rappresentazione scenica richiama quella già pensata da Andrea Brunetti, che posizionò il pubblico vicinissimo agli attori. Al Teatro I, invece, Renzo Martinelli ha deciso di disporre i posti a sedere tutt’attorno al palco, sopraelevati rispetto a esso, come se gli attori fossero in un’arena. Così, ogni spettatore vedrà qualcosa di diverso e aguzzerà l’udito, per sentire i movimenti dei personaggi sotto di lui.

In scena, a raccontare la storia del negro che va a reclamare il corpo del fratello, il nigeriano Alfie Nze (che interpreta Alboruy), Alberto Astorri (che interpreta il vecchio capo cantiere, Horn), uno spettacolare Rosario Lisma (il pazzo, ambiguo Cal), e Valentina Picello (Léone).
A caratterizzare la rappresentazione, il meticciato verbale delle due minoranze in scena: il negro, che parla wolof, italiano, inglese e francese, e la femmina, che parla italiano e tedesco, mentre i due maschi bianchi, i capi, si esprimono solo in italiano, un italiano, nel caso di Cal, fatto anche di termini inventati (per esempio, gli africani sono chiamati “bubu”).
La forma espressiva alterna costruzioni aspre e smozzicate, con frasi ripetute o ampliate in varie lingue, passando dall’una all’altra in maniera naturale, e momenti espressivamente poetici, puliti e lineari.
Uno spettacolo ben strutturato, in cui i personaggi sono in scena solo nel finale, quando le loro voci diventano quasi impersonali, fuoricampo, descrittive, e un sacrificio viene fatto, mentre attorno è una pioggia di fuochi d’artificio. Unica caduta di stile si ha quando, a metà spettacolo, il teatro diventa una discoteca e Astorri si mette a ballare la techno (a indicare la sua confusione, ma la scelta espressiva è eccessiva). La scelta è stata possibile solo perché il regista Renzo Martinelli ha scelto di fare un uso espressivo delle luci (a volte manovrate a vista dagli stessi attori), della musica e dell’audio (ogni volta che un personaggio entra in scena, i led friggono e si sente rumore di acciaio che cade).

Lo spettacolo, che dura 120 minuti senza pausa, è difficile e apre a tantissimi interrogativi e riflessioni, non ha risposte univoche e ribalta spesso il punto di vista. Ad esempio sul razzismo. Non c’è solo il punto di vista di Cal verso i negri, ma anche quello di Alboury verso i bianchi (come dice Horn: “Per te non conta come mi comporto, come ti tratto o chi sono. Per te sarò sempre un padrone bianco”). Oppure il colonialismo. Quello di Horn è più umano, racconta che il suo sogno è di far star meglio tutti: non sfruttare l’Africa, ma essere tutti uguali e avere tutti lo stesso: vorrebbe che tutti i cittadini del mondo vivessero in palazzi in Francia, tutti assieme, tutti uguali, usando le risorse del resto del mondo, senza depredarlo. Quello di Cal è furioso, violento, predatorio, è il colonialismo di chi uccide chi sputa vicino ai suoi piedi, se è negro. Ma anche l’africanismo è una realtà pericolosa: Léone infatti perde il contatto con la realtà, affascinata più dalle sue suggestioni (la sua idea di una vita precedente in cui era africana) che dalla realtà che ha attorno.

I rapporti tra i personaggi sono in continua evoluzione: Léone, che inizialmente sembra non voler stare in Africa con Horn, ne pare poi innamorata, ma vuole fuggire con Alboury. Alboury pensa solo al fratello morto, ma per un periodo gioca con Léone, per poi abbandonarla. Cal sembra voler insediare Léone ed essere terrorizzato da Alboury, ma alla fine non teme nessuno e desidera solo liberarsi di Léone perché vuole Horn tutto per sé.
Si parla di solitudine (Cal non vuole restare solo, e separarsi da Horn, o dal suo cagnolino; Horn non vuole restare solo, e quindi trova una moglie; Alboury che è solo, perché ha perso il fratello; Léone, che crede di voler restar sola, lontana dalla civiltà, dai suoi odori e rumori), omosessualità, ossessione, razzismo, vita selvaggia, violenza, abbandono, paura, potere. Un teatro profondamente politico, e ancora attuale nonostante abbia compiuto 33 anni. Una superba traduzione (di Valerio Magrelli). Eccezionale e ambigua la recitazione di Lisma. Molto bravo Nze. Affettati – purtroppo – la Picello e Astorri (che ha una mimica meravigliosa, dice più con uno sguardo che con le parole. Purtroppo, però, ha scelto come tecnica recitativa un tono di vice rauco alla Fantozzi). Da vedere.

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