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“A Volte Esagero”, intervista a Gianluca Grignani

Incontriamo Gianluca Grignani  nella sede milanese di Sony Music. Ci presenta il suo terzo album per Sony, “A Volte Esagero“, prodotto insieme  ad Adriano Pennino. Arriva a 3 anni dal precedente “Natura Umana”, tre anni in cui Gianluca ha cambiato tutto, “dal manager al commercialista, passando per tutto quello che ci sta in mezzo”. Prima di cominciare l’intervista si dice imbarazzato come la prima volta, “non sono più abituato a questa folla”.  Le sue parole, in effetti, hanno più il tono delle confidenze che delle dichiarazioni. Dal rapporto coi figli a quello con  la moglie e la madre, dai problemi coi rotocalchi  alle difficoltà economiche per completare il disco.

Ascoltando il disco sembra  che tu l’abbia registrato suonando dal vivo, è così?

Sì, mentre registriamo proviamo sempre a tenere delle sonorità più ruvide e spigolose. Ci piace che abbia un po’ quest’effetto live.

Raccontaci la genesi di questo disco. Com’è nato? Quanto hai impiegato per scriverlo, mixarlo ecc.?

Beh hai qualche giorno di tempo? (ride, ndr) E’ nato in due anni, tra San Colombano e  Ponte di legno. Specialmente la fase di scrittura è avvenuta a San Colombano, dove vivo adesso. Dovevo uscire un po’ da casa mia, dalla gabbia dorata del cantautore diciamo. Avevo bisogno di tornare a frequentare la strada, di tornare a sentire le storie della gente che ci vive e ho scoperto che sono ancora le mie. In A volte esagero per esempio, quando dico “fratello di strada che sono sicuro che tu mi capisci”, parlo a un mio amico che lavora per l’Enel sui tralicci, e tutti i giorni si sveglia alle sette e torna a casa alle nove. Parlando con lui dello stato e della società, mi sono reso conto che la pensavamo in maniera molto simile. Tra l’altro si chiama anche come me! E’ stato molto oneroso, per il tempo che ho impiegato, per gli spostamenti tra Londra, Roma, New York… ma anche per il patrimonio personale che ho investito su questo disco, però ci tenevo e volevo che il disco fosse perfetto, tra virgolette.

E’ il disco su cui investito di più, a livello economico?

L’unico. Ai tempi di “La Fabbrica di Plastica” c’erano i budget per fare un disco così, adesso no. D’altronde per questo disco volevo che la fase di lavorazione mi lasciasse più libero, volevo prendermi il tempo necessario. Per farlo però sono stati necessari degli sforzi, anche di natura economica. Quello che conta però è che oggi sono molto soddisfatto.

Cos’è che ti ha portato via più tempo, la musica o i testi?

In realtà scrivo musica e testi di getto, contemporaneamente. Non per intero, però. Scrivo una strofa e poi lascio lì la canzone, ci ritorno su, assecondo l’ispirazione. Dal punto di vista tecnico la realizzazione dell’album è stata molto dispendiosa. Proprio a livello logistico, di spostamenti. Bisogna badare alle esigenze dei musicisti,  alla disponibilità degli studios londinesi e newyorchesi. Considerate che io ho cambiato tutto, da commercialista a manager, è stato un travaglio da questo punto di vista. Per fare un disco così insomma ci vuole tempo e dedizione e denaro. La gente sul web mi fa i complimenti e mi chiede come mai gli altri non ci mettano quest’attenzione. Beh non è questione di attenzione ma di budget, la gente deve capire che la qualità si paga e per questo è fondamentale pagare i dischi, fare indotto anche ai concerti. Non ci sono altre strade.

“A Volte Esagero” è il capitolo finale di una trilogia cominciata con “Romantico Show”.  Di quale dei tre episodi sei più soddisfatto?

Di questo disco, proprio l’altro giorno prima di cominciare le interviste per telefono l’ho riascoltato e sono veramente contento. C’è chi mi ha detto che non ho mai parlato tanto di me stesso come in questo disco, in realtà parlo di me stesso attraverso le storie degli altri, che come ti ho detto sono anche le mie storie. In “Madre” per esempio: molti miei mi hanno chiamato per dirmi che si riconoscono molto. La verità è che il disco intero è un manifesto generazionale, non solo per la mia generazione ma anche per quella precedente e successiva alla mia. Noi viviamo un po’ la trasformazione della classe operaia in classe media, con tutte le ansie, i malesseri, le frustrazioni che questo comporta. La canzone “A Volte Esagero” è un po’ la valvola di sfogo di una società che ti comprime. Ho pensato molto a “Working Class Hero” di John Lennon mentre scrivevo questo pezzo, non tanto musicalmente quanto per il significato.

Quand’è che presenterai dal vivo questo disco?

Ci stiamo lavorando.  Con Marco Lodola, che ha fatto anche la cover, stiamo lavorando intensamente allo show che porterò in giro. Vogliamo che sia perfetto, all’altezza dell’album. A ottobre comunque annunceremo due date per  il 2015, e da lì partiremo con il tour.

Come nasce e come si concretizza la collaborazione con Lodola?

Guarda, tutto parte da “Rivoluzione Serena”. Ero con il mio amico Red Ronnie, è venuto fuori questo concetto che mi piaceva molto e ho deciso di comporci una canzone. E’ stato un pezzo fondamentale per il disco perché ha dato la giusta direzione, è uno dei miei pezzi preferiti dell’album. Nell’occasione mi ha presentato Marco, con cui siamo diventati molto amici, abita anche vicino casa mia peraltro. Marco mi ha aiutato molto, dalla veste grafica dell’album fino alla lavorazione del disco. Mi ha incoraggiato a scrollarmi di dosso il timore di dire quello che pensavo, a prendermi le libertà che un’artista deve prendersi. Quando scrivevo “fenomeno” ad esempio, quelle erano cosa che per strada io sentivo serpeggiare. La sensazione che sia tutto di moda, tutto televisivo. In fila in banca, al mercato , ovunque questa sensazione, però nessuno lo diceva. Marco mi ha dato una mano a rotolare, a sbloccarmi.

Chi sono i veri fenomeni nella musica?

Guarda nella musica ce ne sono tanti, ma non sono ne abbastanza furbo ne così ingenuo da farti i nomi. Ce ne sono tanti, ma non solo nella musica è un atteggiamento  cui  tendono a conformarsi un po’ tutti. Provano tutti a sembrare più che essere, e questo non aiuta. Se una volta ti avrei detto si un po’ fenomeno lo sono anch’io, oggi posso dirtelo con certezza: non lo sono. So da che parte stare, cioè da quella della gente che lavora sodo, che non ha la fortuna di fare il mio stesso lavoro. Loro non sono fenomeni e non amano i fenomeni, sono solo costretti a vederli.

I fenomeni nel senso positivo del termine, nella musica, quali sono?

Nel senso positivo del termine considero fenomeni i grandi showman, Micheal Jackson ad esempio.  Vocalmente in Italia penso sia un fenomeno, oltre che un mio amico, Francesco Renga.

Come si è evoluto nel tempo il tuo rapporto col mercato discografico?

Ti faccio un’esempio: Madre è stata scritta nel 1994 e non è stata inserita in Destinazione Paradiso perché la ritenevano troppo matura, inadatta a un cantante di 23 anni. Decidevano al posto mio. Quella canzone non ho più avuto il coraggio di cantarla per tanti anni; ho ricominciato a farlo poco tempo fa dopo aver risolto un conflitto interno tra me e me. La frase “la droga mi butta giù”, ad esempio, in altri tempi non l’avrei detta. Sai sono parole potenti, specialmente in paese in cui abbiamo il papa, pur essendo un papa più intelligente del precedente. Anzi diciamo più intelligente rispetto alla chiesa. Ora magari mi scomunicano, ma lo penso. Ora ho una totale libertà, il mio rapporto col mercato discografico quindi direi che è migliorato.

Hai confessato di aver pianto registrando “Madre”.

Sì, sia per “Madre” che per “L’amore che non sai”. Ancora oggi ascoltando il finale di “L’amore che non sai”, sono travolto dall’emozione.  Credo sia la sofferenza legata all’impegno del disco, il fatto di non poter vedere i miei figli per tanto tempo, di trascorrere le giornate da solo in stanze d’hotel. Quando Francesca è arrivata in hotel con Giona, il mio figlio più piccolo, dovevo scrivere ancor ancora il finale. Vedere loro mi ha dato la spinta per farlo. Ancora adesso quando arriva quel momento piango, mentre per “Madre” si è trattato di un pianto liberatorio mentre la  scrivevo e non mi è più successo.

Che padre sei?

Sono migliorato. Prima ero un padre molto egoista, forse è anche questo tipo di lavoro che ti porta ad essere caratterialmente egocentrico. Ho dovuto prendere questa parte di me e nasconderla, ma non bastava perchè ne soffrivo. Io e mia moglie abbiamo avuto un confronto, ci siamo detti che con quattro figli non poteva continuare in quella maniera. Siamo migliorati da allora, ora litighiamo meno… rotoliamo meglio.

I tuoi figli influenzano molto le tue canzoni?

Certamente. L’amore che non sai penso sia una delle mie tre canzoni d’amore più belle. Penso sia anche completa musicalmente, come spessore. Nel testo c’è anche un esplicita metafora sui miei figli quando dico: “Quattro degli amanti più splendenti, che nel buio sono luce… così io torno a credere che mi amano come non mi hanno amato mai”. I miei figli l’ascoltano… ma per dire i miei figli ascoltando le canzoni commerciali in radio sono capaci di dire: “Papà questa non è un granché…” (ride, ndr). Sono abituati a Bob Dylan e De André.

Cos’è che ti fa più soffrire in questo lavoro?

La stessa cosa che mi fa ridere, il gossip (ride, ndr). Più io cerco di allontanarmene più quello mi rincorre. Sono tornato per strada, fra la gente, per sfuggire a quella dimensione dello spettacolo, e mi ha rincorso anche lì. Per fortuna non c’è niente di concreto, non ne riderei altrimenti. So che non c’è sotto niente, però sicuramente è la cosa che più mi infastidisce.

Pennino ha detto che detto che quando avete cominciato a lavorare all’album, in casa tua ha trovato una miriade di canzoni da registrare. Come hai fatto a selezionarne solo dieci?

Sì, sono ancora lì infatti… C’è addirittura una canzone prodotta che non è nell’album perchè non abbiamo fatto in tempo a inserirla, sia per questioni economiche – avevo finito i soldi, purtroppo – sia perchè mi sarebbe piaciuto approfondire certi aspetti del testo all’interno dell’album. Forse è anche la più orecchiabile di tutto l’album, chissà.. magari uscirà in un remake.

Hai parlato di fenomeni prima. Tu hai avuto la fortuna di collaborare in quest’album con un artista del calibro di Micheal Thompson, come giudichi quest’esperienza?

Ecco lui è un fenomeno vero, nel senso positivo del termine. Me l’ha presentato Pennino, è stato amore a primo ascolto diciamo. Considera che “Fenomeno” (il pezzo  che ospita la performance il chitarrista americano, ndr) è un pezzo dalle due anime, anglosassone e mediterranea; è un’armonia delicata, Clapton per esempio quando suona su accordi minori lo fa in maniera blues.  Per l’assolo di questa canzone volevo qualcuno con la sensibilità mediterranea di Santana, per esempio. Non so in quanti sarebbero capaci di fare quello che ha fatto Thompson in questo brano, un assolo fantastico.

A volte esagero può essere considerato il perfezionamento della tua ricerca di un sound meno italiano, più internazionale?

Si anche i due dischi precedenti pur registrati con budget molto ridotti andavano in questa direzione. A un certo punto però mi rendevo conto che non succedeva quello che doveva succedere… allora ho deciso di fare la preproduzione in un certo modo, ho registrato anche in posti diversi, investendo tanto del mio, per riuscire a ottenere il massimo da ogni punto di vista.

Hai pensato a fare un tipo di produzione dal basso? Su kickstarter ad esempio?

Sì, parallelamente però. Sono un artista che ha già un seguito importante e devo ragionare ad un certo livello. Potrei affiancare  i progetti, ecco.

Il disco l’hai prodotto tu. Non ti fidavi di altre persone?

Sì, l’ho prodotto io con Adriano Pennino. Non avrei potuto farlo con altri, penso sia un sodalizio che proseguirà nel tempo. Non avrei potuto fare tutto da solo e quando ho dovuto scegliere con chi lavorare non ho avuto dubbi, sono proprio andato a chiederglielo. Lui ha lavorato con me ma mi è anche stato vicino da amico, è uscito con me e ha condiviso alcune delle storie che racconto nel disco. L’ho fatto uscire anche dalla sua gabbia dorata e lui mi ha ringraziato di questo. L’ho riportato in mezzo alla gente, che alla fine è il mio pubblico.

I tuoi colleghi sembrano in preda alla mania dei feturing. Tu dai l’idea di restarne un po’ fuori, come mai?

In realtà penso che non sia capitato, forse dò l’idea di essere un po’ difficile. Qualche amico ce l’ho in questo lavoro, uno è Biagio (Antonacci, ndr) con cui stavo twittando un secondo fa. Ma anche Vasco, lo sanno tutti. Un ragazzo invece col quale mi piacerebbe collaborare è Marracash, trovo che sia un grande rapman. Non vedo gente col mio piglio nella musica che faccio io, la vedo nell’hip hop invece. Marracash è uno che mi piace, viene dalla periferia opposta alla mia: io Precotto, lui Barona.

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