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A7X e la prova del grande palco

Come abbiano fatto gli Avenged Sevenfold a balzare, in pochi anni, all’attenzione del grande pubblico è un fatto che si percepisce subito osservandoli in concerto.
Prima il tam tam di internet (e la diffusione dei primi album tramite il P2P); poi la collaborazione di Mike Portnoy nell’ultimo disco e nel successivo tour promozionale; le perfette melodie, calibrate per unire i gusti del pubblico hardcore, metal, emo, pop-rock; qualche video ben prodotto; tatuaggi, volti da superstar belli e dannati; esibizioni live di forte impatto emotivo, adatte soprattutto ad un pubblico giovanile (e non necessariamente “giovane”). Qualcosa che ricorda tanto quell’immagine in croce del quartetto sleazy, che scombussolò il mondo cantando “Welcome To The Jungle”.
Ecco perché nuove e vecchie generazioni si sono date appuntamento lo scorso 21 giugno a Roma, all’ippodromo delle Capannelle, per assistere alla seconda data in Italia della band di Los Angeles.

Come da attese, l’apertura è toccata a “Nightmare”. La titletrack dell’ultimo album risente delle partiture miste e prolungate dei Dream Theater ed è impreziosita, nella versione in studio, dal fitto lavoro di Portnoy. A sostituire il batterista newyorkese ci ha pensato il nuovo Arin Ilejay (ex membro dei Confide, gruppo di christian-rock di L.A.), che rileva anche la pesante eredità dell’incredibile Jimmy “The Rev” Sullivan (ottimo sia alle pelli che dietro il microfono). A quest’ultimo è andata la dedica della band quando, a metà concerto, ha intonato la ballata “So Faraway”. Rest in peace.
L’emozione del pubblico è scoppiata con “Critical Acclaim”, opening track del loro album omonimo e forse anche il più riuscito. La tracklist ha visto poi “Welcome To The Family”, “Almost Easy” e “Buried Alive”.

Gli Avenged non hanno timori a dirlo. “Noi siamo i più grandi fan dei Pantera esistenti al mondo“. Difatti, i più pensanti riff dei loro brani sono mutuati dall’ex band di Phil Anselmo. Ed ecco che “God Hate Us” lo dimostra a chi ancora non ha comprato “Nightmare”, album che ha raggiunto il primo posto nella classifica “Billboard”, entrando a far parte, in una sola settimana, tra i dieci cd più venduti nel 2010.

Ma il merito degli A7X (così come ormai sono abbreviati nell’era dell’sms) sta nell’aver tratto a piene mani dal classico panorama rock/metal (ivi inclusi Iron Maiden, Guns’n’Roses e Metallica) e nell’averlo adornato di una notevolissima dose melodica. Così sono usciti fuori dalla loro penna canzoni come “Afterlife” (alle cui prime note il pubblico è esploso) e “A Little Piece Of Heaven” (quest’ultima, a tratti, influenzata anche dai Queen).

Matthew Shadows – che prima o poi ci dovrà spiegare perché porta gli occhiali da sole sul palco – appariva non in perfetta forma. Il suo canto stentava nelle parti basse. Anche sullo screamin’ ci saremmo aspettati qualcosa in più. Forse colpa del recente intervento alle corde vocali? I fan più buoni parlavano di problemi di acustica e dei microfoni. Lasciamo il beneficio del dubbio solo perché abbiamo ascoltato su YouTube alcune registrazioni più meritevoli.

Il concerto si è chiuso con “Bat Country” e “Unholy Confession”. Poi la band ha lasciato il palco senza bis e senza preavvisi di sorta. Ecco quindi il secondo punto nero della serata. La durata. Solo un’ora e venti minuti per una band che ha rifiutato anche il gruppo di apertura ci sembra un furto. Sono così rimasti fuori cavalli di battaglia come “Scream”, “Dear God” o la nuova suite “Save Me”.

Anche l’impressione dell’allestimento del palco faceva pensare ad un concerto di serie B. La domanda è dunque se gli A7X si siano davvero resi conto di essere in procinto di diventare delle star. A noi sembra che vaghino ancora nel limbo degli artisti con la sindrome del gruppo di spalla.

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