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Aaron English: I boschi di Seattle

Aaron English si è mosso su un terreno spinoso, quello delle cover di grandissimi pezzi del passato, o di artisti di fama mondiale del panorama rock e metal. Di recente abbiamo avuto casi simili, con risultati differenti: dagli obbrobri inascoltabili di Paul Anka, che rovina i Nirvana, a Johnny Cash, che aveva reinterpretato (benino) “Personal Jesus”, fino agli A Perfect Circle, che avevano ricreato un’apocalittica e disperante “Imagine”, o i Nevermore con una versione pesantissima e irriconoscibile di “The Sound Of Silence”.

Il discorso su riscrittura e reinterpretazione dei classici ha radici molto antiche che nascono dall’ambiente letterario e traduttologico, e che ovviamente non possono trovare spazio qui. A livello musicale, la questione se sia meglio un pezzo originale mediocre o una cover fatta bene è annosa e spesso sterile, dato che vale il concetto basilare de gustibus… Tuttavia, ai fini della nostra introduzione, esso è interessante per capire come uno sconosciuto musicista indie di Seattle abbia avuto le palle per trasformare due brani storici e ottenere un successo planetario, che lo ha catapultato sui media di tutto il mondo.
Eppure, Aaron English rimane un artista schiettamente indipendente, che partecipa ai festival del settore più importanti in America (vedi il Rosfest di Gettysburg) ma che s’ingegna per trovare i fondi necessari a ricomprare la strumentazione della band che andò distrutta qualche anno fa in un grave incidente. Inoltre, è colui che ha inventato una formula originale e intima per gustare i suoi concerti direttamente da casa propria o in piccoli locali.

Probabilmente, è ciò che fu Beck, prima di essere fagocitato dai media.

Allora, innanzitutto sei l’autore della cover di una canzone famosissima dei Beatles che stiamo ascoltando quasi ogni giorno e di cui ti faccio le mie più vive congratulazioni. Cosa stai facendo dopo questo successo globale?
Dopo il tour, sono appena tornato a Seattle, dove vivo insieme agli altri componenti del gruppo. Stiamo lavorando al prossimo grande successo dopo “Norwegian Wood/Kashmir” (ride) e al nuovo album.

Ci puoi dare qualche anticipazione?
Sì, stiamo cercando di capire come sarà l’album seguente. Per tutti gli artisti rock, dopo un grande successo, c’è una specie di vecchio gioco: ora cosa si fa? Prepariamo un’altra cover, o un pezzo originale, o qualcosa di molto simile o completamente diverso? Ne stiamo parlando proprio ora, e vorremmo organizzare un altro tour, spingendoci stavolta anche in Europa, a conoscere i nostri fan che abbiamo nel tuo paese. Il nostro manager sta intessendo vari contatti per poter venire a suonare in Italia.

“Norwegian Wood” non è contenuto in alcun album, giusto?

Sì, è stato realizzato come singolo, e il mese scorso abbiamo fatto uscire un DVD dal vivo in cui chiudiamo i concerti proprio con “Norwegian Wood”.

E ora la domanda ovvia: perché “Norwegian Wood”? E perché proprio i Beatles e Led Zeppelin insieme?
Guarda, è successo quasi per caso: il gruppo stava improvvisando su sonorità mediorientali e io ho iniziato a canticchiare “Norwegian Wood”, mentre “Kashmir” è una canzone che il chitarrista, Patrick, conosce molto bene, dato che è un fan incallito dei Led Zeppelin. All’epoca eravamo on the road e ci serviva un pezzo lungo per chiudere gli show; anzi, più lunga era la canzone, tanto meglio!

E che feedback avete ricevuto? Qualcuno vi ha detto che preferisce l’originale?

Ahah, bella domanda! Sì, come di solito accade quando fai una cover, qualcuno ci ha detto che preferisce l’originale, ma le versioni sono molto diverse, quindi la gente è piacevolmente sorpresa. Altri ci hanno detto chiaramente che non apprezzano affatto la nostra cover e che non ne capiscono il senso: se gli originali erano delle belle canzoni, perché manipolarle? Io credo che lo scopo di queste versioni sia di tributare un omaggio all’originale. Ora, con la cultura di Youtube, è abbastanza trendy caricare dei video con le cover di brani famosi. Penso che nessuno avrebbe mai ascoltato la mia musica se non avessero prima visto il video in internet, perché avrebbero detto: “Chi è questo tipo? Come faccio a sapere se suona bene?”

Anche se hai avuto un successo enorme con “Norwegian Wood/Kashmir”, ti consideri sempre un artista indipendente?

Sì, ma cosa significa quel termine oggi? Se vuol dire che non sei assegnato ad una label, allora sì, sono indipendente. Ad esempio, prima ti parlavo del nostro desiderio di suonare in Italia: quando il manager ha contattato dei referenti nel tuo paese, gli è stato detto di metterli in comunicazione con la nostra etichetta, che, come tu sai, non c’è. Gli organizzatori vogliono avere il controllo totale sull’evento, dalla strumentazione, alla logistica, ai contatti stampa e le relazioni con la band, e ovviamente gestire i profitti. Quindi, sembra che sia necessario trovare un’etichetta che ci supporti per poter organizzare le date live. Tuttavia, fino ad ora, siamo musicisti indipendenti.
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Ci parli del modo in cui ha realizzato il DVD?

Sì, l’abbiamo fatto in stretta collaborazione con i nostri fan dell’area di Seattle. Ovvero, c’era tanto lavoro da svolgere, per il montaggio, l’editing, ecc, ma non avevamo i fondi per farlo. Allora abbiamo chiesto loro di filmare gli show live: quindi, hanno partecipato attivamente al processo: chi aveva delle abilità come cameraman o chi aveva confidenza con i software di video editing ci ha dato una mano. Altri invece hanno sostenuto finanziariamente il progetto.

È una cosa molto originale, chiedere ai fan di partecipare sia nel processo di creazione, sia come finanziatori di un progetto video…

Sì, anche se la tendenza di chiedere ai fan di finanziare l’uscita di un DVD o di un CD sta diventando abbastanza diffusa qui in USA. Se l’artista non ha una casa discografica a coprirgli le spese, sono gli ascoltatori che, per la passione che nutrono per la musica e per il musicista, si mobilitano per dare una mano nel concretizzare il progetto.

Sembra che tu ami particolarmente il contatto con i fan, dato che utilizzi anche la formula degli house concerts per esibirti live. Ci racconti di cosa si tratta?

Sì, è vero. Non so quanto siano frequenti in Europa, ma in America la cultura degli house concerts è molto viva: si suona in bar o caffè, location piccole e tranquille, oppure direttamente a casa di un fan che mette uno spazio a disposizione per introdurre la nostra musica agli amici, famigliari e vicini. È come una festa in casa e noi suoniamo; è fantastico, ti danno da mangiare, ti ingaggiano per una sera, e l’atmosfera molto intima permette ai partecipanti di ascoltare in modo particolarmente attento. La differenza è che nei bar, mentre suoni, accadono un sacco di cose, la gente parla, fuma, il locale è affollato e rumoroso. I bar vanno bene per gli amanti del rock e del metal, dove c’è gente che fa casino ovunque!

Leggevo che ti è successo un brutto incidente mentre eri in tour con la band, che vi ha causato la perdita di tutti i vostri strumenti. In che modo questo ha cambiato il vostro approccio con le esibizioni live?
L’incidente è accaduto nel 2008 e infatti ho cominciato a fare gli house concerts e il tour come solista proprio per raccogliere i fondi necessari a ricomprare la strumentazione. Ora la band si è riunita, ma non abbiamo né il tour bus né la strumentazione adatta per esibirci dal vivo, e da allora non siamo più saliti su un tour bus. Per tutti è stato scioccante, non riuscivo a rimettere insieme il gruppo per farli suonare live e non avevo i fondi necessari.
Il mio album solista e gli house concerts sono molto diversi da ciò che faccio con i miei musicisti; mi sono divertito e ho avuto successo; è stata comunque una pausa forzata dalla band, dato che non potevo permettermi di portare in giro 7 persone.

E parlando di songwriting, il tuo approccio alla composizione come solista è diverso da ciò che fai con la band?

Ho cominciato a scrivere cose più impegnative con il gruppo, dato che, quando scrivo da solo, mi metto semplicemente al piano e inizio a comporre. Con loro ci vogliono pezzi più complessi, ed è un bello sforzo cercare di mettere tutti d’accordo. I 5 componenti sono dei musicisti molto in gamba, mentre scrivere in album solista richiede maturità artistica, cosa che fino a pochi anni fa non avevo. In realtà, credo che sia l’approccio più difficile, visto che sono solo io e il pianoforte, e devo cercare di cavarci qualcosa di interessante.
[PAGEBREAK] Quali sono ke tue maggiori influenze?
Direi Peter Gabriel e i Led Zeppelin, che hanno ispirato un po’ tutta la band. Per quel che mi riguarda, direi anche Pink Floyd, Dead Can Dance, l’hard rock e la world music. Mi piace molto l’hard rock perché mi sembra musica sofisticata e ben sonata, che unisce potenza e delicatezza.

Hai partecipato nei mesi scorsi al Rosfest, il grande festival di rock indipendente a Gettysburg. Ce ne vuoi parlare?

Sì, è stata un’esperienza formativa, dato che è uno degli eventi americani più importanti di musica prog. Il Rites of Spring Festival (che è il nome completo della manifestazione), si svolge ogni anno a maggio sulla costa orientale ed è un’occasione unica per un musicista, una vetrina importante, anche se nessuno, prima di vederci su quel palco, ci avrebbe definito un gruppo di musica progressive. La cultura dI chi partecipa al Rosfest è molto attenta e appassionata di progressive rock e progressive metal, e ama band come Yes, Rush, Marillion, con i quali non mi sembra abbiamo molto in comune, a parte la passione e il suono rock che ci contraddistingue. Ma il pubblico è stato incredibile, entusiasta e incoraggiante, come una grande famiglia. Mi sono divertito forse più che in qualsiasi altra data abbiamo fatto, con la gente che ci ha salutato con una standing ovation. Fantastico.

Quando hai capito che avresti fatto il musicista come lavoro e come hai cominciato?

La musica per me è sempre stato uno strumento per raccontare storie come il pennello per il pittore o gli attrezzi per ogni tipo di arte, ed era qualcosa che mi rendeva felice. La musica ha una forte presa sui ragazzini quando hai 12/14 anni, che è proprio l’età in cui ho cominciato io. Poi, l’hard rock, o il prog, che ha una vera e propria grammatica e una cultura sua, piace alle ragazze, e a quell’età, se sai che qualcosa piace alle ragazze, allora ci presti attenzione. Inoltre, la musica rock è associata al fascino del pericolo, che esercita un’attrattiva irresistibile. E se sei un musicista godi di una credibilità maggiore che a fare il pittore, ad esempio. Pensa alle rock star degli anni 70′, come Cat Stevens, Led Zeppelin, Rush, Fleetwood Mac… erano delle divinità per i fan. Non ottieni lo stesso status di celebrità in altre forme d’intrattenimento, neppure se sei un attore di cinema. Il musicista crea il suo stile, o un genere musicale unico, ha una sua linea di strumenti, mentre se sei un attore non scrivi la tua parte ma reciti qualcosa creato da altri.

Sei autodidatta?
Non proprio, ho preso lezioni di piano e ho avuto una formazione classica, poi sono andato al college e ho studiato al conservatorio. Questo mi ha influenzato in modo decisivo perché molti artisti non hanno una formazione classica e ascoltano solo rock, lo amano e vogliono scrivere pezzi di quel genere. Io invece ho studiato come un compositore classico e la cosa si riflette anche nella musica che faccio, nel mio sound.

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