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  • AA.VV.: Il Paese È Reale

    AA.VV.

    Data di uscita: 28-02-2009

    Loudvision:
    Lettori:

Dir la verità, la rabbia, l’amore.

Fortunatamente non è un’immagine facile da dimenticare: gli Afterhours a Sanremo ed il delirio sinfonico con cui hanno acceso il pubblico dell’Ariston per circa dieci minuti in due serate. Il progetto era propedeutico a questa adunanza di artisti italiani che vogliono costruire nel 2009 un punto fermo, dal quale continuare il percorso. E non si tratta tanto di una questione di tempistica opportunista: l’indie sa aspettare il senso di un’occasione, il tempo giusto. Si parla sempre di amore per qualcosa a cui tengono.

Ne “Il Paese È Reale” si trovano diciannove brani di attori di una scena italiana che hanno all’attivo almeno dieci anni di carriera, e che non si chiamano Ligabue o Piero Pelù. La domanda più ignorante che può sorgere davanti a questa collezione è il suo senso: è radunata attorno ad un tema anti-italiano ed autocritico? O è una sintesi di capolavori?

La risposta è semplice: diciannove istantanee di idee e forme artistiche diverse. Chi per molto tempo ha dovuto farsi strada con talento, fedeltà al proprio lavoro e dignità artistica non ha bisogno della retorica esibizionista delle grandi occasioni. Per questo “Il Paese È Reale” non ha un momento di sintesi, e si compone di pregi e singoli caratteri da apprezzare con approccio individualista.

“Il Paese È Reale” non è uguale a nessun brano degli Afterhours, pur avendone i tratti estetici: la sua cacofonia fa rumore attorno alla storia della riscoperta del valore dell’individuo e della sua energia critica. È un inno, reale come pochi, egocentrico e senza demagogia, che trova la sua essenza nell’intimo ritornello “Io voglio far qualcosa che serva/Fammi far solo una cosa che serva/Dir la verità è un atto d’amore/Fatto per la nostra rabbia che muore.”.

Gli altri episodi fanno storia a sé, per quanto siano tutti musicisti che hanno intersecato vite e carriere. Cesare Basile e Giovanni Ferrario, ad esempio, propongono rispettivamente ne “Le Canzoni Dei Cani” un monocorde rock acustico che punta sul testo, e in “California” un alternative elettronico con arrangiamenti furbi, tempi dispari ed aperture blues sul ritornello.
[PAGEBREAK] Beatrice Antolini sorprende ancora: la sua inaspettata “Venetian Hautboy”, di scuola new-rave, è una centrifuga crescente di ritmi regolari e sillabe sussurrate, avvolta dalla patina di effetti elettronici che contribuiscono ad un clima surreale. I Teatro Degli Orrori in “Refusenik” correggono la deflagrazione rock-istrionica propria del loro stile, contaminandosi di un carismatico noise-rock che sconfina nel territorio dei primi Marlene.

I Calibro 35 sono uno dei veri punti di luce della nostra scena, confermati qui grazie a “L’Uomo Dagli Occhi Di Ghiaccio” verso la sperimentazione jazz-psichedelica; mentre la veste dimessa di Dente non deve pregiudicare l’ascolto attento di “Beato Me”, scanzonata filastrocca sbronza ed autocritica guarnita dal suono prezioso dell’organo hammond.

L’onore poi, va ai poeti. Ai pazzi. Perché è di loro il mondo. Lo diceva Paolo Benvegnù, che ripete il suo miracolo grazie alla luce diretta, alla sua energia che si spara e si incendia, mentre la pallottola va a conficcarsi nell’istante tra il risveglio della coscienza e la vita: “Solo Io E Il Mio Amore”, “Perché l’uomo prega dio, ma preferisce Giuda/E muore senza vivere.”. La poesia è anche Roberto Angelini, il tempo giusto di ogni frase e le scintillanti corde per “sciogliere i ghiacci e le parole”. Ed infine la “Mano Nella Mano” di Amerigo Verardi e Marco Ancona, che respira nell’incredulità naif delle melodie psichedeliche, stordite e sognanti, così settantiane da far socchiudere gli occhi lasciando la mente ballare “breathe, my baby, breathe…”

Dal libero pensiero alla poesia: raccolta straordinaria di singole intuizioni e racconti in musica, difficilmente ripetibile per l’importanza di ogni brano. Peccato per l’anomala distribuzione.

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