Home > Interviste > Venezia 71: Abel Ferrara e Willem Dafoe parlano di Pasolini

Venezia 71: Abel Ferrara e Willem Dafoe parlano di Pasolini

Presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia 2014 di “Pasolini” di Abel Ferrara, ovvero come una conferenza stampa venne monopolizzata dall’ex giovane di borgata diventato intellettuale  per consuetudine con il mondo del cinema, Ninetto Davoli. Show in romanaccio garantito con tanto di: “’nvè A-bèl? A-bèl? (Ferrara, ndr)”.  Si fa fatica a credere come nel film Willem Dafoe assomigli così tanto a Pasolini, sebbene la sua interpretazione rechi con sé la marca “Dafoe” e non il nervosismo, l’ardore, quell’antipatia irresistibile con cui Pasolini costruiva frasi straordinariamente ficcanti, di puntuale intelligenza. Abel Ferrara, grande mattatore, stavolta cede la scena ai suoi comprimari, in virtù del loro rapporto diretto con Pasolini.

 

Ho letto che lei sostiene di conoscere la verità sull’omicidio di Pasolini. Può spiegarci cosa c’è dietro?

Abel Ferrara: Bella domanda! Non ho mai detto di sapere chi ha ucciso Pasolini, questa è una balla dei giornalisti. Il punto di questo film è cercare di parlare della sua vita e del suo lavoro, delle passioni, e della compassione che provava un personaggio così pregno d’umanità, e di sensibilità critica, come Pierpaolo Pasolini. Anzi, lo cito: “Ciascuno riflette la propria vita”, e ho cercato di attenermi a questo principio.

 

 

Come ha gestito un ruolo così complesso e denso come quello di Pasolini?

Willem Dafoe: Abel Ferrara ti trasforma in un collaboratore. Ho cercato di abitare le passioni che vedete nel film, non è un interpretare un ruolo, mi sono sentito addosso la responsabilità di dialogare, in modo del tutto libero e personale, con le cose di cui Pasolini scriveva.

 

 

Oggi cadono 50 anni dalla visione del “Vangelo secondo Matteo” proprio qui, a Venezia.  Come tutti i film di Pasolini, suscitò un vespaio di polemiche. Questo film le è stato d’ispirazione al fine di rileggere la figura di Pasolini?

Abel Ferrara: Per pasolini era normale ricevere accoglienze di questo tipo, fare scandalo è il ruolo degli intellettuali d‘avanguardia, ossia di coloro che hanno la capacità di comprendere e dire in anticipo gli sviluppi sociali e culturali. Come si bruciavano libri, si bruciavano anche i negativi dei film che disturbavano.

Ninetto Davoli: Tutto quello che faceva Pierpaolo finiva nel mirino dei critici e dei processi giudiziari, ma era una persona che non si fermava mai davanti a nessun ostacolo. Era sempre sotto pressione, anche per le piccole cose, lo denunciavano anche se metteva la macchina fuori posto. Questo perché era un personaggio scomodo, e la gente diffida di opinioi non rassicuranti. Ma Pierpaolo non era solo un grande intellettuale, era anche una persona magnifica, amava la vita. Non è vero, come hanno scritto molti, che “ha scritto la sua morte”. Pasolini è rimasto vittima di un sistema che lui stesso ha denunciato.

 

Pasolini si è sempre schierato, con furore, contro il fascismo culturale. Crede che oggi avrebbe fatto un film come il suo?

Ninetto Davoli afferra il microfono tutto eccitato: “Comunque penso che se Pierpaolo non fosse morto questi film li avrebbe fatti!”

Abel Ferrara: Si è riusciti a reinventare il modo di scandalizzare. Omosessualità prima della guerra, americani consumismo post bellico, ma Pasolini non si è mai tirato indietro, avevano una solidità intellettuale e credevano nell’azione individuale.

M. Braucci: La nostra intenzione è stata  filmare la menta di un poeta nel suo ultimo giorno di vita. Affrontare il grande tema di Pasolini negli ultimi anni: il doppio, in particolar modo il rapporto tra tradizione e modernità. Nello specifico, abbiamo lavorato sulla lingua cercando di rimanere molto fedeli alle opere di Pasolini. Abbiamo svolto un lavoro molto puntuale sulle traduzioni. Abbiamo cercato le migliori traduzioni in inglese, quindi c’è stata grande attenzione alla ricostruzione filologica. Inoltre, abbiamo ricostruito puntualmente anche l’ultima giornata di Pasolini, partendo dalle piccole cose.

 

La mia domanda è per Adriana Asti, attrice meravigliosa dei film di Pasolini e sua grande amica. Un ricordo del “suo” Pasolini?

Asti: Guardi io appena mi metto a parlare di Pierpaolo mi metto a piangere…eravamo molto amici, organizzavamo grandi tavolate e ci confrontavamo sempre. Quando Abel mi ha offerto la parte avevo paura di non farcela perché umanamente troppo coinvolta. Ebbi la notizia della sua morte mentre ero sul set di Mauro Bolognini,e per me fu un grande dolore.Vede, Pasolini aveva un grande talento: non era il solito regista, anche illustre, lui ci teneva tantissimo a mettere un attore a proprio agio, e così lo faceva diventare quello che lui voleva, aveva una specie di magia misteriosa. Abel ha questo stesso talento.

 

Perchè il film usa due lingue, l’italiano e l’inglese? Per facilitare il lavoro a Mr. Dafoe o per sottolineare l’esclusività e l’estraneità dell’artista al mondo che lo circonda?

Abel Ferrara: Penso che un artista debba sempre esprimersi nella lingua che gli è più congeniale, ecco il perchè della mia scelta. Ma poi per me quello non è Pasolini e quella non è Roma, potremmo essere a Manhattan, o nella periferia di Rio de Janeiro. E’ cinema!

Scroll To Top