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  • Aborym: Fire Walk With Us

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Tradizione e drum machine

Qualcuno di voi avrà forse letto le recensioni che erano state fatte a suo tempo al primo disco degli Aborym? Se sì, allora forse saprete anche che sulle pagine di alcuni giornali erano state scritte esaltanti lodi a favore del gruppo romano, in occasione dell’uscita del loro primo album “Kali Yuga Bizzarre”, innalzandoli a veri e propri dei del panorama Total Black non solo italiano ma addirittura europeo e mondiale. Davanti ad un tripudio di stronzate simili non ero riuscito a trattenere un sano “Mavaffanculo”, anche perché davanti ad affermazioni del tipo: “Qui non ci sono idee, gusti, preferenze personali; questo disco è un capolavoro, una pietra miliare della musica estrema che si andrà a sedere sul trono a fianco di “De Mysteriis Dom Sathanas”, “Soulside Journey” e “Nemesis Divina””, cos’altro si potrebbe commentare? E la storia è continuata con tanto di interviste, articoli, ecc, fino all’ultima recensione, quella del cd in questione. Stessa storia? Stessa storia. Addirittura un passo avanti rispetto al predecessore… E pensare che era già quanto di più estremo si potesse concepire secondo l’autore delle passate recensioni… Mi sono approcciato a questo disco in silenzio, quasi spaventato da quello che ne poteva uscire, un tripudio di demoni infernali pronti a fare a pezzi la mia anima non appena avessi premuto play e ad inghiottire tutta la mia bella cameretta, moquette compresa. In realtà nulla di tutto questo è successo; il disco me lo sono ascoltato con calma e sono arrivato alla conclusione che è davvero un bell’album, suonato bene, concepito con spunti interessanti, passaggi azzeccati e melodie a tratti accattivanti. Non è però quello che aveva profetizzato qualcuno… Ma si sa: poi siamo noi che dobbiamo essere più professionali e comprarci i cd di tutti i gruppi altrimenti qualcuno si incazza… Vabbé, lasciamo perdere e torniamo a noi… I nostri Aborym hanno trovato una componente a mio avviso molto buona, nel sapere conciliare le classiche sfuriate black a parti più cadenzate; entra in gioco qui l’elemento forse più sperimentale del gruppo, legata alle tastiere. Esse sono utilizzate in maniera diversa dal solito, riuscendo a dare un grande apporto al tutto ed enfatizzando i fraseggi più epici. Una drum-machine ben programmata sorregge il lavoro delle chitarre e quello che forse è il punto di forza dell’album, ovvero il singer Attila Csihar che con la sua voce spettrale condisce il tutto e ne innalza la teatralità. Da sottolineare la cover di “Det Som En Gang Var” di Burzum per quanto riguarda gli spunti positivi, mentre per quelli negativi, penso che esperimenti techno-tamarri come in “Here Is No God STA” potevano anche risparmiarceli. Conclusione: non fidatevi mai di quelli che scrivono sulle riviste di musica ma cercate sempre di ascoltare prima di acquistare. Potrebbe capitare che vi troviate in mano un cd merdoso ma del gruppo del fratello del recensore. In questo caso mi è andata bene e il cd si merita un bel voto (non siamo certo ai livelli di cui parlava prima) ma la prossima volta potrebbe andare peggio.

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