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  • Aborym: With No Human Intervention

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La cibernetica fiamma nera

Pressapoco, siamo al punto di non-ritorno. Esempio penetrante di lucido processo di analisi-sintesi-tesi, coacervo di mondi e stili differenti, atto pi? unico che raro, per dirla tutta. Vietati gli entusiasmi facili diceva qualcuno. Vietata la parola ad infausti amanuensi, verrebbe da dire a noi. È che gli Aborym, non per la prima volta, ma mai in modo così intenso e personale, si sono dimostrati degni dell’hype mediatico scatenatosi intorno a loro (consapevolmente o meno non sta a noi dirlo). È che gli Aborym ora come ora sono una band di assoluto valore, e livore, nel panorama mondiale. E dove gli atti precedenti peccavono forse in innocenza – non ridete – e formalismi onanistici, qui i nostri si sono profusi in un lavoro dove forma e sostanza si rispondono con soluzione di continuità. Merito forse di un ispirato negromantico Attila Csihar o del profluvio di cultura industriale iniettato nel lavoro in questione da Fabban, Seth e soci.
L’album è figlio di soluzioni stilistiche particolari: black metal (spesso comunque vicino alla categoria dello spirito del thrash metal ottantiano) in odor di melodia; uso smodato di intuizioni ritmiche-elettroniche hardtekno; jungle industriale (la magnifica “Does Not Compute” parla da sé), gabber, scenari derivanti dall’estetica dark-ambient, trance lisergica, GOA, tech-house e via di questo passo.
Un mondo crudele e rigoroso, dove si ritrovano nomi più o meno illustri del panorama blackmetallico europeo. Atto importante, e così appetibile, del black metal finalmente moderno e al passo coi tempi, in più di un senso coevo di “666 International” dei Dodheimsgard.
Nonostante non sia perfetto, ci sentiamo di segnalare questo disco come uno dei parti più intensi, lucidi e interessanti usciti nei dintorni del black metal moderno.

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