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    Abysmal Grief

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La Necromessa?

La Black Widow Records è un’etichetta a suo modo storica in Italia. In nemmeno vent’anni di vita ha pubblicato dischi splendidi come i lavori de Il Segno Del Comando e di Minotauri, ha ri-pubblicato opere di artisti quasi introvabili come Pagan Altar e Jacula, il tutto nell’ottica del portare alla luce piccole o grandi gemme di musica oscura. Cosa rara oggigiorno, non ha mai perso la propria direzione musicale: orrore, mistero, esoterismo, spiritualità sono da sempre i comuni denominatori delle uscite Black Widow.
Bene, anche ai migliori capita di sbagliare. E questo lavoro ne è la dimostrazione lampante. Dispiace dover parlar male di un lavoro che vede coinvolti anche nomi storici della scena italiana come Mario “The Black” Di Donato, e che propone scelte coraggiose come la cover di “Occultism” di Paul Chain. Ma in questo “Abysmal Grief” c’è ben poco da salvare. Il genere proposto è doom che più doom non si può: l’inizio di “The Necromass: Always They Answer” potrebbe fare quasi sorridere tanto è clamoroso, con pioggia, tuoni, campane, violino, riffone. Tutto più che classico. Peccato che anche le migliori intenzioni vengano rovinate da un cantato che dovrebbe essere declamatorio e invece risulta solo sgraziato, dall’uso costante di tastiere terribilmente pacchiane, da un basso che suona tremendamente fuori posto e da una generale monotonia nelle composizioni. Non basta inserire ogni tanto qualche stacco recitato per dare dinamicità ai pezzi, soprattutto se detti stacchi vanno ben oltre il cattivo gusto. OK essere satanici e oscuri, ma l’Ave Maria recitata in latino non fa più paura a nessuno; niente capelli rizzati insomma, al limite qualche sopracciglio. Sorvoliamo poi sulla scelta dei membri del gruppo di presentarsi con nickname tipo Labes C. Necrothytus e Lord Alastair: ciascuno è libero di fare quello che vuole, in fondo, e non sta a noi giudicare male una scelta che forse dovrebbe “dare colore” al progetto.
Il problema, ammennicoli satanici a parte, è che il disco in sé è poca cosa. “Suonare ipnotici” non significa ripetere lo stesso riff o quasi per dieci minuti di canzone. “Suonare esoterici” non significa proporre titoli come “Cultus Lugubris”. E così, nel tentativo di dare profondità e atmosfera ai pezzi, gli Abysmal Grief scadono invece nell’incolore e nel plasticoso.
I fan di tutto il doom-e-dintorni italiano (Jacula, Goblin, Death SS, Paul Chain…) potrebbero comunque apprezzare “Abysmal Grief”, e anzi pare l’abbiano fatto, passando sopra anche a ingenuità e sgrammaticature nei testi, alla pessima batteria elettronica e ai generici difetti di produzione. A tutti gli altri consigliamo di girare alla larga.

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