Home > Recensioni > AC/DC: Dirty Deeds Done Dirt Cheap
  • AC/DC: Dirty Deeds Done Dirt Cheap

    AC/DC

    Loudvision:
    Lettori:

Capitolo II: alla conquista degli States

‘Lavori sporchi a basso prezzo’. Così si presentano gli AC/DC a un pubblico che dava già segni di forte infatuazione per il quintetto; gli ingredienti di questo intruglio: musica trascinante all’inverosimile e testi intrisi di spirito di ribellione/libertà in cui la comunità dell’epoca si rispecchiava pienamente. Intanto i primi attestati di stima della critica nei confronti del gruppo, tra copertine, apparizioni radio-televisive e ovvi pienoni nei palazzetti d’Australia, paese che mai fino a quel momento aveva trovato nella musica una così importante valvola di sfogo.
La matrice blueseggiante di “High Voltage” venne momentaneamente accantonata per far spazio a un rock’n’roll da balera americana ben testimoniato dall’indiavolato boogie di “Rocker” e “There’s Gonna Be Some Rockin’”, caciaroni tributi ai miti di sempre Chuck Berry ed Elvis.
In generale gli AC/DC cominciavano a sviluppare un hard rock del tutto personale e atipico, lontano dalle mode anglo-americane imperanti in quegli anni (punk, Sabs, Purple, Led Zep). Non una nota fuori posto (il lavoro sporco di Malcolm e della sezione ritmica Evans-Rudd è anch’esso fenomenale) e gli effetti provocati sono simili a dei tic nervosi: canto a squarciagola, tacco-punta del piede sempre in movimento e perenne dondolio della testa.
Bon Scott è il nostro mentore, accompagnato dal menestrello Angus (giganteschi i suoi solo), in questo viaggio tra la gioventù di fine anni ’70. Ragazzi alle prime esperienze amorose (“Love At First Feel” e “Squealer”), con i dovuti schizzi mentali (“Problem Child”) e l’esigenza di sfogare il proprio ego in infimi scherzi telefonici (“Dirty Deeds Done Dirt Cheap”). C’è anche un sequel di “It’s A Long Way To The Top”, con l’entusiasta bolgia di “Ain’t No Fun”: gli stessi ragazzi di prima, stavolta musicisti sognatori alle prese con le fatiche della vita on the road.
Tutto però si placa improvvisamente. “Ride On” è l’unica ballata mai scritta da Bon e gli Young. ?È la triste storia di un bevitore inetto, incapace di agire e venirne fuori, solitario, ma che sa confidare in un futuro più roseo. Colpisce come un macigno caduto in testa da 1000 metri, pensando soprattutto alla prematura morte di Bon Scott che avverrà quattro anni più tardi, appunto per un incidente con l’alcool. Ma questa è un’altra storia.
Ora è il momento di godersi la vita, sempre ‘aspettando di diventare milionari’.

Scroll To Top