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  • AC/DC: Powerage

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Siamo all’apice?

Il 1978 fu per gli AC/DC l’anno della vera e propria consacrazione. I consensi e la popolarità ottenuti grazie a “Let There Be Rock” e relativo tour misero il gruppo davanti a un bivio: bissare il successo dell’anno precedente avrebbe potuto realmente significare il raggiungimento dei primi grandi attestati di stima a livello mondiale. Così, liberi da ogni impegno concertistico (venne annullato nei primi mesi dell’anno un mini-tour australiano) e arruolato in formazione un nuovo bassista (il silenzioso e concreto Cliff Williams, britannico), gli AC/DC ebbero a disposizione tempo e strutture adeguati per la realizzazione di un album coi fiocchi.
“Powerage” è il risultato entusiasmante del lavoro di un gruppo nel pieno delle proprie capacità, giovane ma già ben rodato a livello di pubblicazioni e di esibizioni. Senza dubbio risultarono determinanti le lunghe soste in Gran Bretagna e in USA: l’approdo nei centri dell’universo musicale mondiale consentì alla band di acquisire quella giusta esperienza a livello compositivo, utile a produrre musica con l’intento di sfondare in lungo e in largo.
“Powerage”, come ben rappresentato dalla spiritosa copertina, è una scossa di energia nuova: un album AC/DC a tutti gli effetti, ma diverso rispetto ai predecessori perché più maturo (Malcolm Young assieme al fratello George in produzione sono un’istituzione) e, se vogliamo, più ‘curato’. Una tracklist da urlo, in cui vengono calibrate con maestria hit-single rock da capogiro, inframmezzate dalle solite furie hard, in cui a farla da padrone sono gli esagitati assoli di Angus Young e lo screaming graffiante di Bon Scott.
Come fare a rimanere impassibili di fronte al trittico iniziale “Rock’n’Roll Damnation”, “Down Payment Blues” e “Gimme A Bullet”, raffinati esempi di rock-blues da strada, impreziositi dal sornione (come il suo sorriso sul retro del CD) cantato di Bon? Ma è con “Riff Raff” che il barometro si alza improvvisamente: immaginate un Chuck Berry dilaniato da fatali scosse di corrente elettrica. Con “Sin City” è solo calma apparente, celebrando il delirio di alcune interminabili scappatelle notturne.
“What’s Next To The Moon” è forse il brano più ‘pop’ mai scritto dagli AC/DC, il cui break centrale ricorda vagamente una “Paperback Writer” dei Beatles.
L’intermezzo ‘sudista’ di “Gone Shootin’” prepara il campo all’ultimo terremotante assedio sonoro con il tandem “Up To My Neck In You”-”Kicked In The Teeth”. Due canzoni dal tiro sovrastante (proposte con successo dal vivo già l’anno precedente), con il loro irresistibile heavy boogie ad accompagnare i disperati sfoghi esistenziali di un Bon Scott come sempre sopra le righe.
“Powerage” confermò quindi gli AC/DC dopo soli 4 anni di intensa attività ai vertici dell’olimpo mondiale della scena hard-rock (Aerosmith e Kiss dovettero inchinarsi a quello sconosciuto gruppo spalla), alimentandone il carattere di crescente “mito” della musica, grazie alla preponderante figura di Bon Scott, sempre capitano carismatico del gruppo. Presto partì il “Powerage World Tour” che sancì indelebilmente il valore assoluto del quintetto australiano, ‘esportando’ la sigla presente sugli elettrodomestici anche tra le capitali della musica che conta.

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