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AC/DC Rock or Bust tour 2015 a Imola, report live e scaletta

Giovedì 9 luglio a Imola non c’è più ossigeno: tutti stanno aspettando l’inizio del concerto  degli AC/DC (unica data italiana) presso l’Autodromo Enzo e Dino Ferrari. La band, attiva ormai da quarant’anni, sta facendo un tour per gli stadi per celebrare gli oltre 200 milioni di dischi venduti in tutto il mondo (oltre che per presentare il quindicesimo album “Rock or Bust”).

90 mila è il numero di partecipanti che si è stimato in occasione di quest’evento imperdibile. Il dato è certamente tutto da chiarire; fatto sta che il Bel Paese si dimostra pronto ad accogliere con calore la dinastia Young (ormai costituita dal “solo” Angus a causa dei problemi di salute del fratello Malcom. A sostituirlo nel tour è presente il nipote Stevie). Sin dal mattino orde di fedeli con l’iconica maglietta del gruppo sono arrivati da tutta Italia per il grande evento, non temendo il caldo e il sudore e non manca chi ha trasacorso la notte già in fila.

Intorno alle sette e mezza entra in scena la band di spalla, i Vintage Trouble. Pur con tutti i patemi tipici di coloro che sono costretti a introdurre i big davanti a un pubblico che neanche un esercito napoleonico quanto a dimensioni, i Vintage Trouble se la cavano più che bene. Sarà forse per la loro ricetta di rock’n roll dalle tinte blueseggianti (niente di nuovo -questo va detto-anche se efficace); sarà per la grinta del cantante Ty Taylor (il quale si concede addirittura uno stage diving tra il pubblico); fatto sta che più di un applauso se lo portano a casa. Certamente promossi a livello di performance.

Ore 21:20 circa. Dopo un filmato apocalittico che sconvolge a livello visivo, gli AC/DC piombano sul palco tra fuochi d’artificio, applausi scroscianti e urla del pubblico. La formazione attuale prevede il reintegro del batterista Chris Slade, dopo i fatti di cronaca legate alle vicende di Phil Rudd.

Ora, si può dire quello che si vuole su di loro: che hanno fatto il loro tempo; che hanno registrato quindici album tutti uguali; si può dire tutto questo e molto altro. Ma su una cosa non si discute, e lo dico oggettivamente: la performance live. Gli AC/DC non hanno rivali. Professionisti del divertimento duro e puro, aizzatori degli istinti più ribelli e rock’n roll che chiunque di noi nasconde nella propria anima, la band australiana sembra aver stretto un patto col Diavolo: ogni musicista, a quasi settant’anni suonati, dimostra sul palco di averne almeno trenta in meno.  Dinosauri? Beh certo, quanto a longevità. Ma fra tutte le specie, mi sentirei di classificarli come  velociraptor. Soprattutto Angus Young, unico membro (a parte, forse, il cantante Brian Johnson) insostituibile. One Man di questa macchina da guerra, il chitarrista alto un metro e cinquantotto ci insegna come essere delle belve da spettacolo. E lo fa sfoggiando i suoi numeri che non ha mai abbandonato nel corso di anni: dalla “duck walk“, vero e proprio marchio di fabbrica che manda tutti in estasi, fino al costume da scolaretto ribelle che susciterebbe ilarità se indossato da chiunque, tranne che da lui.

Dopo “Rock Or Bust” scelta coerentemente come introduzione, gli AC/DC suonano pezzi del loro vasto repertorio, saggiando con equilibrio novità e tradizione. Certo è che con una “Back In Black”, con una “Thunderstruck”, con una “You Shook Me All Night Long”, piuttosto che con pezzo come “T.N.T”, chiunque tenta di dare il meglio di sé, tra poghi, salti e cori “ANGUS ANGUS!”. E dopo un assolo interminabile firmato da (sempre lui) Mr Young, gli AC/DC tornano sul palco per il bis e regalano un’ “Highway To Hell” che tocca il cuore. Il pubblico non c’è più: è solo una massa informe intermittente che ondeggia. Anarchia pura, incentivata dalle fiamme che si levano dal palco. Di chiusura, come da copione, l’epica “For Those About To Rock (We Salute You)”, accompagnata da spari di cannoni e fuochi d’artificio.

Merito dell’impazzimento totalizzante non è solo la musica, ma tutto quello che ci sta attorno. Gli AC/DC, in questo, si sono sempre dimostrati uomini d’affari, grazie a un merchandising i cui prodotti sono considerati alla stregua di reliquie. Così ecco ovunque magliette e cappelli; così ecco ovunque le leggendarie corna rosse lampeggianti che, col calare della sera, hanno il loro perché.

Dopo più o meno un’ora e mezza di musica, i nostri salutano il pubblico, il quale comincia a sciamare verso le uscite. E’ una fortuna averli visti in questa unica data italiana (in molti scommettono che sia l’ultima), poiché, anche se non hanno mai perso l’ardore del fuoco sacro del rock, cominciano a dimostrare in maniera quasi impercettibile impercettibile i segni del tempo: dalla voce, certe volte affannata, di Johnson (diciamo che il pubblico gli dà una mano durante tutto il concerto), alla chierica sulla testa Angus Young. Sì, certo, è un po’ triste parlare in questo modo. Ma gli AC/DC restano tuttora un fenomeno unico e stravagante nel panorama del rock, una creatura che ama giocare con le proprie regole. Perché? Perché nessuno è ancora riuscito a sostituirla.

 

Scaletta degli AC/DC a Imola:

Rock or Bust

Shoot to Thrill

Hell Ain’t a Bad Place to Be

Back in Black

Play Ball

Dirty Deeds Done Dirt Cheap

Thunderstruck

High Voltage

Rock ‘n’ Roll Train

Hells Bells

Baptism by Fire

You Shook Me All Night Long

Sin City

Shot Down in Flames

Have a Drink on Me

T.N.T.

Whole Lotta Rosie

Let There Be Rock

 

Encore:

Highway to Hell

For Those About to Rock (We Salute You)

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