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Ad alta voce

Ne avevamo già parlato. Che “Hanno Tutti Ragione” di Paolo Sorrentino dovesse diventare un audiolibro era talmente ovvio da apparire quasi non necessario: i lettori avevano già sentito, immaginandola, la voce di Toni Servillo leggere quelle parole così musicali e la felice congiuntura tra Emons e Feltrinelli non ha fatto altro che concretizzarla in una serie di mp3 e metterla sul cd pubblicato l’anno scorso. Gli innamorati di Tony Pisapia/Pagoda giubilano, perdendosi nel piacere inconsueto di un monologo lungo 11 ore e 5 minuti.

Un monologo, sì, perché è evidente come la scrittura di Sorrentino riesca solo in parte a farsi letteratura di carta: la forma-romanzo non è quella giusta per la sua lingua e l’audiolibro interpretato da Toni Servillo non è una normale lettura ma teatro uditivo a tutti gli effetti.
Paolo Sorrentino non è un romanziere, Paolo Sorrentino è un drammaturgo.

Non è forse Sorrentino ad aver scritto, per il cinema, dialoghi e monologhi di quasi dieci minuti tessuti di una tensione verbale e concettuale così forte che, in bocca agli attori giusti, risultano magnetici persino attraverso il filtro di uno schermo? Cosa potrebbe diventare quella scrittura nello spazio fisico di un teatro? E quanto quella scrittura potrebbe rendere devastanti il corpo e la voce di Servillo in una lettura/interpretazione/monologo – le definizioni a questo punto poco importano – dal vivo, di fronte ad una platea, su un palcoscenico?

Tony P. nei teatri, dunque? Sì, ma non solo. Qualunque personaggio nato dalla creatività linguistica di Sorrentino sarebbe una fiamma teatrale potentissima, tant’è che nell’audiolibro di “Hanno Tutti Ragione” brillano anche e soprattutto quei passi in cui a parlare non è Pagoda, dalla Prefazione con l’elenco delle cose detestate dal maestro Mimmo Repetto ai lunghi brani occupati dalle parole di Tonino Paziente e dallo «snocciolatore di concetti e di emozioni» Gegè Raja nell’ultimo capitolo.

Ci prova intanto Iaia Forte che lo scorso agosto ha debuttato al Ravello Festival con un monologo-concerto tratto dai primi due capitoli del romanzo: a lei quindi la sfida enorme di capire (e far capire al pubblico) se possa esistere un Pisapia/Pagoda fuori dalla carne di Toni Servillo, a lei la prima sperimentazione drammatica di una lingua che grida con urgenza di essere liberata dalla gabbia della pagina scritta.

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