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Adam Green: Militanza antifolk si legge “futuro nel metal”

La sera del 28 febbraio, Adam Green si aggira per il Circolo Magnolia con un colbacco bianco di finta pelliccia e dimensioni spropositate. E questa vi basti come introduzione.

Caro Adam Green, mi ricordo che molto tempo fa parlavi di come andassi in giro portando sempre con te un registratore mp3, e di come ci cantassi dentro alcune melodie, e questo era più o meno il modo in cui alcune tue canzoni vedevano la luce. Lo fai ancora?
Anche tuttora è, grosso modo, l’unica maniera in cui scrivo le mie canzoni. Comunque, ora mi sono procurato una piccola chitarra, e me la porto dappertutto. Quindi credo comincerò ad abbozzare le canzoni anche sulla chitarra.

Nel tuo percorso di cantautore, sei diventato più consapevole del tuo lavoro, più autocosciente nel processo di scrittura? Lo vedi come arricchimento o è una limitazione della tua spontaneità?
Penso che scrivere delle canzoni e riuscire a interessare delle persone sia sufficiente; ma non penso che sia il pubblico a dirmi cosa fare, non cerco di accattivarmi un pubblico con mezzucci. Il che non vuol dire che non mi piaccia fare soldi: quello che intendo è che non cerco di ingannare il pubblico o di snaturare il mio songwriting per fare soldi. Ne stavo parlando l’altra sera, e avevo messo in piedi un bel discorso, ma me lo sono dimenticato perché ero molto ubriaco.

Oltre ad essere un musicista, sei anche un pittore. Cosa è venuto prima, la pittura o la musica? Hai dei periodi dell’anno, del giorno in cui ti dedichi ad una o all’altra?
Quando ero piccolo volevo diventare un fumettista, ma non capivo del tutto le forme – non sapevo mai come disegnare le facce se non frontalmente. C’è stato un periodo in cui una ragazza veniva a casa mia e si portava una macchina per cucire, quindi io dovevo trovare qualcosa per passare il tempo e ho cominciato a dipingere. Soltanto che ora lei ha smesso di cucire, ma io continuo a dipingere. No, in verità ho smesso di farlo: non riuscivo a fare nient’altro quando dipingevo, e quello su cui mi interessa concentrarmi è fare musica, scrivere.

Il tuo ultimo album, “Minor Love”, segna uno stacco dai tuoi dischi precedenti. Probabilmente te lo hanno già chiesto un milione di volte, ma il cambio della band è dovuto al fatto che volevi anche un cambio di stile?
Credo che la mia solita band avrebbe partecipato, ma siccome ho registrato a Los Angeles per noi era impossibile. E in un certo senso volevo anche un cambio di stile. Su album, finché riesco, preferisco suonare io stesso la maggior parte degli strumenti.

Ma dal vivo la band è sempre la stessa?
Per la maggior parte. Nell’ultimo tour avevo con me anche delle cantanti gospel, ma è perché “Sixes & Sevens” lo richiedeva. Poi mi accompagnano i musicisti abituali e Dr Fuck, che a New York è il mio medico. Lui suona le tastiere. Ho il mio medico generico in tour con me. L’abbiamo deciso insieme, perché lui ha perso la sua licenza medica e stava lavorando da Pizza Hut, ed era in cerca di un lavoro.

Alcuni ti classificano ancora come “antifolk”, che è un po’ riduttivo, ma che tipo di relazione continui a mantenere con la scena antifolk?
Se quello che intendi è che la mia musica non è particolarmente antifolk, è vero. Ma io mi sento ancora parte dell’antifolk, perciò appoggerei la definizione pienamente. Anche se non appartengo necessariamente al genere, molte delle persone che ho conosciuto ai tempi dell’antifolk sono ancora persone che fanno parte della mia vita. Ogni volta che posso cerco di suonare insieme a loro e spero di continuare a farlo. In Francia avrò con me Ish Marquez, che è bravissimo.

Ma è vero che ora tutto l’antifolk si è spostato in Europa, e in particolare in Inghilterra? Non si può certo più parlare di una “scena”, di un unico locale.
Quello che accade in Inghilterra è che ci sono molti gruppi, prendi ad esempio Noah And The Whale o Laura Marling, che sono stati ispirati direttamente dall’antifolk. Più che una scena, si direbbe che l’antifolk si sia trasformato in uno stile, una continuazione della tradizione folk, più dal punto di vista concettuale: invece che suonare pezzi folk tradizionali ci si sforza di fare qualcosa di diverso, di cercare testi più avventurosi. E mi sorprende che l’antifolk non abbia maggior visibilità. Certi artisti in particolare, ad esempio Jeffrey Lewis. Poco tempo fa ho fatto ascoltare Ish Marquez a Mark Ronson, il produttore, e mi ha detto che era la cosa migliore che avesse mai ascoltato nella sua vita.

So che sei un grande fan dei Little Joy, ma quali altre band ti influenzano al momento?

Beh sì, loro sono incredibili. Oltretutto, sono amico di vecchia data di Fabrizio, saranno dieci anni ormai. Non penso che ci siano band che mi influenzano molto. Forse ai miei inizi, in cui probabilmente avrei potuto fare i nomi di Strokes e Dufus. La cosa più importante per me è cantare, creare canzoni incentrate sulla melodia e sulle parole. Alcune persone dicono che suono un po’ come Serge Gainsbourg, ma non mi importa più di tanto. Vorrei provare a fare un album metal, almeno per far ridere tutti per un po’.

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