Home > Recensioni > Adieu au langage

Cosa posso dirvi io ora, povero piccolo stupido uomo, sull’ultima opera di Jean-Luc Godard in concorso a Cannes 2014? Dovrei lasciarla in bianco, sarebbe più onesto. Ma non ottempererei al mio compito, e non farei un servizio a voi lettori, quindi in qualche modo devo parlarvene.

Potrebbe essere il testamento artistico dell’ultraottantenne padre della Nouvelle Vague, ci auguriamo che non lo sia ma sarebbe perfetto se lo fosse. Riduttivo definire solamente registauno dei più grandi intellettuali del Novecento, un artista che era all’avanguardia nel 1959 quando tutto cinematograficamente è cominciato e che lo sarà anche tra mille anni se il genere umano calpesterà ancora le terre emerse.

“Adieu au langage” non è un film. Forse è IL film definitivo. È in 3D. Usa la terza dimensione in una maniera ancora non percepita finora. Gioca con il campo visivo, con la fallibilità dell’occhio umano, con la sovrabbondanza e insieme l’assenza di senso. In campo per buona parte del minutaggio c’è una coppia, un uomo e una donna, nudi per quasi tutto il tempo, che discorrono in disarmonia con le immagini, in puro (non) stile godardiano. I primi dieci minuti sono l’esperienza più potente della mia vita di spettatore di forme d’arte, qualsiasi forma d’arte. Una meraviglia infantile che riporta al “montaggio delle attrazioni”, a Méliès, all’origine di tutto e all’eterno ritorno.

Se uscirà in sala, e le possibilità sono buone visto che la produzione è Wild Bunch, non cercate una narrazione. Approcciatevi all’opera come ad un’istallazione, a un’ora e dieci minuti di videoarte, non seguite nemmeno il parlato per non sovraccaricare troppo il cervello, lasciatevi trasportare dallo sberleffo ultimativo di una “spotless mind” ancora necessaria a questo mondo. Dopo questo nulla più è possibile, o forse è solo un nuovo inizio, visto che dei vagiti infantili chiudono l’opera. Ma nulla è categorizzabile in maniera così netta, con Godard. Alla fine, alzatevi subito dalla vostra poltrona, ma allontanatevi a passi lenti, molto lenti. GODard è lì, vi guarda e saprà richiamarvi all’ordine.

Non dovrebbe essere in concorso, non ha alcun senso che sia in gara per qualcosa. Tante persone anche qui a Cannes si sono sentite umiliate, offese, l’hanno rifiutato senza appello. È per questo che non c’è stata nessuna conferenza stampa, come si fa a rispondere a domande che risulterebbero invariabilmente stupide. O si ama, o si odia. O zero o dieci. Per me, dieci. Sipario. Addio al linguaggio. Applausi scroscianti.

Ora e sempre, W Jean-Luc Godard.

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