Home > Interviste > Intervista agli Afterhours: “Giocare con l’improvvisazione ci aiuta a portare a casa idee”

Intervista agli Afterhours: “Giocare con l’improvvisazione ci aiuta a portare a casa idee”

Il 28 luglio in occasione dello special live degli Afterhours tenutosi a Villa Ada Roma Incontra il Mondo, abbiamo incontrato Rodrigo D’Erasmo in backstage. Quattro chiacchiere tra l’identità, la musica classica, la formazione e industria musicale.

Allora siete di nuovo live, come mai?

In realtà non era nei piani. Non siamo in tour e non volevamo esserlo. Sono capitate una serie di concomitanze e vicinanze con persone che stimiamo e con location che ci piacciono. Il tutto è nato da un’idea di Lele (Roveri, ndr) dell’Estragon di Bologna, che sta organizzando una stagione al Botanique. Ha proposto a Manuel di fare qualcosa di diverso dagli Afterhours, in formazione duo oppure in trio con Xabier. E ci siamo detti: “Dai una tantum proviamo a giocare con una cosa diversa”. Abbiamo deciso di farla mantenendo inevitabilmente l’improvvisazione. Xabier era nei Paesi Baschi, io in Sardegna. Quindi eravamo abbastanza stretti anche con le prove. Abbiamo provato fino a quando i nostri impegni coincidevano e poi…abbiamo lasciato spazio a quello che sarebbe avvenuto. Credevamo, a Bologna, di trovarci con un pubblico raccolto, massimo un migliaio di persone. Erano 4.000! Praticamente in tre ci sentivamo come se fossimo in mutande (ride). Ma ci siamo divertiti un casino. E nonostante la mole di gente siamo riusciti a sentire l’atmosfera intima che cercavamo. Poi l’improvvisazione ha dato spazio a tante cose. E abbiamo voluto continuare per questi altri due appuntamenti.

Quindi il vostro essere sempre un po’ vagabondi vi aiuta nella parte artistica e creativa?

Si. Siamo in piena registrazione del disco e giocare con l’improvvisazione ci aiuta a portare a casa idee che possano confluire nella parte creativa. Quando si sta a lungo fermi il live manca. Da una parte hai bisogno di vivere per aver delle cose da raccontare e dall’altra c’è la vita del musicista. Di quello che ci piace fare. Uno stop alla band era necessario. Il resto ci serve per metterci in discussione. A Bologna è stato bello. Siamo certi che anche a Roma sarà così!

Roma è una città che risponde sempre molto bene ai vostri live.

Si. A Roma ci sentiamo a casa.

Dividersi tra più progetti è anche necessario per poter vivere di musica, a livello economico?

Si, sicuramente si. Sappiamo che il live, per ogni musicista, dal piccolo al grande livello è la principale forma di introito. Tutto il resto, rispetto a dieci o quindici anni fa, ha subito un picco in negativo. Per mantenere in piedi un progetto impegnativo come quello degli Afterhours, devi tenere alto il livello dei concerti. Serve a gestire le economie. Non è il live di stasera il caso.Stasera è voglia di suonare. Ma in generale diciamo che è così.

Secondo te perché in Italia non riusciamo a vivere di cultura? Manca la professionalità o lo spirito imprenditoriale?

Tutte e due le cose che dici, credo siano vere. Prima di piangerci addosso e di recriminare il sistema, penso sia giusto guardare i propri limiti ed errori. Il primo limite per i musicisti è che non esiste una classe di musicisti. Il cinema e il teatro, ad esempio, sono corporativi. Si uniscono quando c’è da alzare la voce. Nella musica questo non c’è. I musicisti sono individualisti. E al “sistema Stato” ci arrivi se c’è gruppo. Nella musica ancora si ragiona per scene, per generi, divisi in compartimenti stagni. Se c’è solo la lamentela da bar non arrivi da nessuna parte. Trovo molto triste questa distinzione interna, quando ci sarebbe invece bisogno di coesione. Con il festival “Hai Paura del Buio” abbiamo proprio voluto mettere a confronto realtà diverse di più discipline artistiche, proprio per far misurare anche i musicisti con un livello di partecipazione diverso, come accade nella altre arti. Manuel invece è molto impegnato sul fronte burocratico. Con #PiùMusicaLive partendo dal basso sta portando a casa dei piccoli grandi successi. Sradicare vecchi sistemi partendo da dove dovrebbero nascere le basi della musica: dai piccoli club che danno spazio agli emergenti; i posti che ti permettono la gavetta. Queste cose passano in sordina, perché sembrano piccole. Ma sono fondamentali.

E le figure professionali?

Manca lo scouting. Si è lasciato tutto in mano ai talent. Ormai si sono “rubati” questa parola, i talent. Ed uso rubati non a caso. E’ una gara, non c’è scouting. Lo scouting è ben altra cosa e lo hanno fatto grandi personaggi della storia della musica mondiale che andavano in giro per mercatini a scovare dischi sconosciuti o in piccoli locali ad ascoltare band emergenti, per capire cosa accadeva nel mondo della musica. Allora non c’era il know-how che c’è adesso per far funzionare le cose. Oggi abbiamo grandi potenzialità, ma nuotiamo in un maremagnum dal quale è difficile tirare fuori la testa. Inevitabilmente anche la qualità musicale lo risente.

Anche da parte del giornalismo musicale c’è una responsabilità. Dovrebbe fare un passo in avanti. Educare all’ascolto. Solo pochi professionisti sentono questo afflato. Questa voglia di trasmettere il bagaglio che si sono costruiti e mettere a disposizione la loro professionalità per educare.

Cosa intendi, perché è importante questo?

Faccio sempre un esempio, forse banale, ma ricordo che alle medie avevo un professore di musica vecchio stampo. Lui, voleva che la prima cosa che la classe imparasse fosse leggere la musica. A me veniva naturale, semplicemente perché studiavo al conservatorio. Era come leggere l’alfabeto. Ma gli altri non avevano idea da dove cominciare. Questo è formare. Non sei ancora adolescente e sei una spugna. La musica in quel momento può dare tantissime risposte. Insegnare molte cose. Ascoltando a dovere si possono aprire un ventaglio di possibilità. Questo è condividere il proprio bagaglio.

Quindi a maggior ragione per chi ha studiato al conservatorio, partire dalle basi e quindi anche dalla musica classica è necessario?

Assolutamente. Ma mi rendo conto che è difficile. Il punto è arrivarci. Non importa se con uno studio diretto o per vie traverse. Ovviamente si parte da una musica più fruibile. Ma prendi ad esempio Frank Zappa: quello che lui ha messo nei suoi lavori è un ascolto completo e attento di tutto un mondo musicale, che ha saputo rielaborare e mettere dentro la sua produzione.

In questo momento storico sembra che si stia sdoganando molto la musica classica. Quasi diventando pop, mi vengono in mente esempi alla David Garret o i 2 Cellos.

Si ma questi sono esempi estremi. E non perché Garret sia pop, anzi è un musicista di alta preparazione. Ma suonare Paganini a BPM mai ascoltati prima è come lavorare su un guinness. E’ fine a se stesso. Funziona anche perché c’è il personaggio. Non tantissimi anni fa Nigel Kennedy ha fatto un esperimento molto simile. E’ stato uno dei primi ad utilizzare il violino elettrico. Era un enfant prodige.Poi si è fatto una cresta, è diventato punk. Solo pochi anni fa veniva considerato un folle. Oggi Londra è piena dei suoi manifesti.Tutto si può fare. Bisogna solo avere pazienza.

In quest’ultimo anno avete parlato molto di identità. Avete deciso chi o cosa volete essere?

(Ride) Eh! questa è una bella domanda. Forse la risposta è no. Ma forse questa è anche la nostra caratteristica. Non esiste un porto a cui attaccare perennemente. E se già questa cosa è difficile nello svolgimento della vita diciamo “normale” quando ci sono sei teste, puoi immaginare che confusione. Ma quello che ci unisce è proprio il saper conciliare questa ricerca personale con la band. E credo che anche il nostro pubblico sia così. Ci seguono perché seguono il nostro mutamento e anche il proprio. In “Padania” abbiamo saputo raccontare un’identità che era forte e consolidata. Poi è avvenuta la crisi e quindi una nuova messa in discussione. Ed eccoci di nuovo qua, alla ricerca (ride)

Nel prossimo disco troveremo la vostra nuova identità?

Si, credo di si. Musicalmente già c’è una forte identità, quanto al racconto siamo ancora nella fase di osservazione. Per questo abbiamo bisogno di momenti come così, di confrontarci con il pubblico, con le realtà diverse dalla nostra. Vogliamo poter raccontare con cognizione di causa. E questo richiede tempo.

Quest’anno tornerete con il Festival HPDB?

Nel 2015 ci avevano proposto una bella idea per una data secca, ma abbiamo preferito desistere, anche se la voglia era tanta. Dobbiamo portare a termine il disco e questo richiederà la nostra attenzione, così come la preparazione di ciò che ne consegue. Ma appena il disco sarà fuori e saremo partiti con i progetti della band sarà sicuramente una delle cose che inseriremo nella corsa.

Grazie Rodrigo

Grazie a te

Ci salutiamo, il violinista torna al suo relax prima dell’intimo live che aspetta Villa Ada (leggi il report live del concerto e guarda la fotogallery del live)

Scroll To Top