Home > Report Live > Afterhours: #Iochisono tour 2015 a Roma, live report e scaletta

Afterhours: #Iochisono tour 2015 a Roma, live report e scaletta

Sabato 31 gennaio 2015, il tour #Iosochisono degli Afterhours arriva all’Auditorium della Conciliazione di Roma.

Nel foyer dell’Auditorium della Conciliazione la maschera avvisa a gran voce: “ Sta per cominciare lo spettacolo” e come uno stormo gli ultimi si avviano a prendere i propri posti, in un sabato talmente italiano che vede tra il pubblico anche una certa preoccupazione per la Roma all’Olimpico.

Lo spettacolo inizia come un rituale, una messa o una tragedia. Salmodiando IOSOCHISONO, traccia numero 13 dell’album vincitore del premio Tenco, il leader della band lombarda si presenta al pubblico, nel pubblico, con una riconoscenza verso lo stesso che appartiene a pochi artisti. La sacralità del teatro è anche questa: una celebrazione partecipata.

Recitandolo, tra le scale e le poltrone in velluto rosso,il “salmo” prende forma. Sul palco, le ombre di musicisti si apprestano a raccontarci chi sono. Nella penombra del disegno luci non sembra nemmeno accorgersi, mentre dall’impianto escono le prime note di “Spreca una vita”, che non sono gli Afterhours di meno di un anno fa. Poi, le luci si alzano e illuminano uno ad uno i nuovi Afterhours, e c’è da dire una cosa: sapere chi si è rende più giovani. Mutarsi rende più giovani. Il cambiare pare abbia reso la band più viva (guarda la fotogallery del concerto degli Afterhours).

Fabio Rondanini e Stefano Pilia (batteria il primo, contrabbasso e buon umore il secondo) si presentano miscelati perfettamente nella band e anche se la nostalgia talvolta è canaglia, nella notte dell’auditorium sa lasciare spazio alla sorpresa. Una sorpresa vera e propria la neo formazione apparsa quasi più rodata delle precedenti,molto in sintonia nella rivisitazione di Baby Fiducia, in cui i nuovi membri trovano perfettamente spazio anche nell’ironia del divertente video che accompagna la musica.

Riascoltare dopo tanto tempo i pezzi di “Padania” sembra suggerire una volontà successiva a quella di essersi celebrati e “masturbati” (metaforicamente) con il pubblico. La necessità umana di ridefinirsi, chiedendo all’orgia di clap che li insegue su e giù da un palco, il più grande atto d’amore: la fede. Fede in qualcosa che prescinde dal divismo, dalla popolarità, dalla celebrazione di pezzi riusciti, ma che si focalizza su ciò che un artista dovrebbe saper fare meglio: Arte.

IOSOCHISONO con un hastag davanti e niente punto interrogativo a seguire, potrebbe essere, parafrasando l’eccellente monologo di Tarantino, “il modo in cui Superman vede gli essere umani?” Potrebbe celarsi su un palco, tra le note di “Padania” e tra le righe di Pessoa e Ginsberg e Gramsci la caricatura di ciò che siamo diventati? Ed è possibile che la “crisi” trovi terreno fertile quando non sappiamo più specchiarci nell’altro?

Quando una qualsiasi forma d’arte smette di esistere per la bellezza e si tramuta in un impegno, in un messaggio, in un verbo; quando si smette di delegare la politica e si delegano artisti ad impegnarsi per il nostro futuro, per la nostra istruzione, per il nostro intrattenimento, noi si è alla fine tutti complici di una dittatura e della saturazione emotiva di un progetto, di un artista e di un gruppo?

Probabilmente non siamo educati a dovere alle emozioni, alle cose belle, a compiacerci del nuovo che accade davanti ad i nostri occhi e ad esserne partecipi. Talvolta per monotonia, tante altre per analfabetismo emotivo. Non sappiamo stare seduti e composti sulle poltrone di un teatro, non sappiamo distrarci nemmeno per due ore se fuori c’è la “magica” che gioca, non sappiamo esimerci dall’approfittare delle luci spente per arrivare alla poltronissima con un biglietto di galleria. Proprio non ci riusciamo. Non sappiamo cogliere con gli occhi gli sguardi e l’emozione di musicisti navigati che guardano il loro pubblico come se fossero sul un palco per la prima volta; musicisti, talmente innamorati del proprio pubblico da sussurrare come una serenata Non è per sempre . Sulle scale come dei menestrelli abbattono la quarta parete e il pubblico la ricostruisce con gli schermi dello smartphone.

Lo spettacolo, che ha fuso letteratura, saggi, ricerca e sperimentazione musicale ed artistica, proiezioni, recitazione, è stato perfettamente corale. Ognuno con il suo IOSOCHISONO, dimostrandolo a gamba tesa sul palco. Ogni musicista con la libertà di esprimersi come UNO sul palco, a proprio agio con la propria identità, talmente ricco da solo da rendere il totale una cornucopia di certezze.

Ciò di più prezioso che abbiamo nel nostro paese sono le idee e la capacità di farle diventare qualcosa, e se si ricorre al libretto di istruzioni lasciato da intellettuali, scrittori e artisti di altre epoche è perché di quelle parole ancora così attuali si avverte il bisogno; perché, dall’altra parte del tavolo, ci sono ancora gli indifferenti.

Chi sperava di dimenarsi probabilmente non ha trovato sull’altare d’Agnelli l’ostia sperata. Probabilmente la scelta di suonare in un teatro voleva in qualche modo ricreare la comunicazione. L’ascolto. La possibilità di sorprendersi ancora.

Il mio mitra è il contrabbasso” cantava Stratos ed è un’immagine perfetta per rappresentare i nuovi e i vecchi Afterhours, che nella loro maturità sanno chi sono e sono orgogliosi di suonarlo.

 

La scaletta

Io so chi sono

Spreca una vita

Costruire per distruggere

Lettura Gramsci

Sulle labbra

Sangue di giuda

Place to Be

Baby Fiducia

Ballata per la mia piccola iena

 

Solo Xabier Iriondo Lettura Moloch

Metamorfosi

Terra di nessuno

Padania

Solo Stefano Pilla

Varanasi baby

Words

Lettura Pessoa

La sottile linea bianca

Iceberg

La terra promessa si scioglie di colpo

——————————————-

Non è per sempre

Ossigeno

Posso avere il tuo deserto

Ci sono molti modi

Lilac wine

Bianca

Riprendere Berlino

Solo Rodrigo D’Erasmo

Il mio ruolo

———————–

Solo Dell’Era

Inside Marylin

Quello che non c’è

Scroll To Top