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Afterhours: Lezioni di rock

Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia. E quanto entusiasmo le giovani rock band cariche di energie che ancora non sanno bene in quale mare pescare. Onde evitare una stasi di idee, non può far che bene parlare con qualcuno che di esperienza ne ha tanta. Qualcuno che, nel bene o nel male, ha segnato più d’una generazione. Insomma, una chiacchierata con Manuel Agnelli ci vorrebbe di tanto in tanto per fare il punto della situazione.
Nonostante ciò, la voce degli Afterhours non ha indossato panni da maestro, ma ci ha detto la sua su come si lavora oggi, sulla scena musicale (troppo) italiana, prendendo in giro i cantautori del passato e la velocità della Rete di oggi. Il tutto unito ad una lucida visione dell’ultimo disco “Padania”. Certo, se volete continuare ad odiarlo, fate pure, lui ci è abituato. Se rimane comunque solo l’oggetto del vostro desiderio, non cambiate rotta, farà bene alla sua autostima. Se invece avete voglia di capire cosa gli frulla in testa, state un po’ a sentire…

A oltre venticinque anni dai vostri esordi, uscite con un disco indipendente. È l’unico modo di lavorare come lo si desidera in Italia?
Non è l’unico modo, ma è di certo il modo più conveniente per noi, per un gruppo che ha già un seguito, che sa già come comportarsi. Conviene perché è un modo di lavorare senza filtri, senza i tempi che i professionisti dell’industria ti impongono. Inoltre non hai bisogno dell’approvazione di altre persone, organizzi e cancelli ciò che vuoi. Le major sono una grande catena di montaggio, inevitabilmente i tempi sono più lunghi. Lavorando autonomamente invece il tutto diventa più semplice, ma in campo artistico non ci sono vere differenze, ti prendi solo i tempi che vuoi e non hai scadenze da rispettare.

Questo è quanto vale per voi. Per chi comincia ora invece?
Per gli emergenti è diverso. Loro dovrebbero pensare solo a suonare, come dovrebbero fare tutti e mi sembra non lo facciano poi tanto. Dovrebbero impegnarsi in una cosa soltanto, la promozione non dovrebbe essere un obbligo, ma una scelta. Ecco, noi lo abbiamo scelto e questo processo ci ha anche divertito molto.

Ciò che avreste proposto alle major le avrebbe spaventate?
Noi abbiamo imparato ad arrangiarci. Facciamo tour con altri artisti, tour nei teatri, andiamo in America a fare performance. Insomma, realizziamo quello che ci sembra una buona occasione, ogni volta che si presenta. Siamo un progetto anche extramusicale e non potremmo programmare tutto con molto anticipo come chiedono le major.

Che sia arrivato anche per loro il momento di aggiornare i metodi di promozione, di adattarsi ai tempi?
Credo che dopo gli anni Sessanta e Settanta si sia messo in moto un processo che tende sempre più a standardizzare le proposte musicali, rendendole tutte simili. L’industria tenta di fare questo per rendere ogni progetto più gestibile, come se si parlasse di un vero lavoro di fabbrica. Oggi vedo più libertà, la crisi ha portato ad una maggiore elasticità e ci siamo avvicinati di più all’epoca che ti citavo prima.

Il problema è che la proposta stessa si è uniformata. Tutti vogliono essere il gruppo del talent show. No?
Ecco, il talent show è l’ultima cosa che hanno imparato a fare. Producono, confezionano e vendono.

Ora parliamo del vostro lavoro, quello su disco. “Padania” comincia ad uscire di casa, iniziano i primi live. Come ti aspetti la risposta del pubblico?
Di recente abbiamo suonato a L’Aquila, ma era una data speciale e non abbiamo suonato cose legate strettamente all’ultimo album. In ogni caso, la reazione del pubblico è stata eccezionale, sento molta curiosità, noto un interesse ritrovato nei nostri confronti. Poi, sai, i rapporti sono spesso contraddittori: c’è chi si riconosce in quello che facciamo, chi ci odia. Io non posso che sperare di tenere accesa la curiosità di tutti, l’attenzione del pubblico ci interessa eccome, soprattutto perché vogliamo fare cose non fatte in passato.

Cosa ne pensi di questo odio che così facilmente si sputa addosso ad un musicista? Parlano di odio se vai a Sanremo, se fai una compilation inaspettata, se partecipi alla colonna sonora di tal regista, se produci un disco che non piace. Insomma, non basta non ascoltare più il suo gruppo?
È uno dei lati pesanti saltati fuori negli ultimi anni. La rivoluzione di Internet ha comportato a mio parere delle distorsioni nei rapporti sociali, di conseguenza è diventato molto più facile dire di odiare qualcuno. Prima un parere tanto forte poteva essere il frutto di una lettera che magari ti spediva una rivista, dopo averci pensato molto su; ora invece basta un velocissimo commento e dici la tua. Poi certe cose si autoalimentano, è come un’onda che contagia. Quello che dà noia è sapere che per chiunque è facile alzarsi una mattina, scrivere un’assurdità e farla passare per vera pur senza alcun fondamento. Qualche anno fa spaventava di più questo fenomeno. Mi chiedevo se aveva senso provare sensazioni negative così forti nei confronti di una persona che – in fondo – neanche conosci. Ora capisco che non ha senso, ma che si tratta di qualunquismo. Cosa che diventa pericolosa se si parla di cose importanti, come in politica.

Il vostro è un disco-manifesto che pone il mestiere dell’artista al centro di un vortice di esigenze. Quelle dell’Italia, della sua crisi economica e morale. Gli Afterhours oggi che doveri sentono di avere?
Sentiamo di avere doveri da adulti e da cittadini. Non siamo obbligati ad avere un ruolo sociale, ma in quanto musicisti abbiamo un megafono e possiamo usarlo. Credo sia meschino per un artista non prender parte all’informazione, soprattutto se in passato hai tanto parlato di te. In questo modo la gente può riconoscersi, può pensare.
[PAGEBREAK] Vi impegnate a dire la vostra in un momento storico in cui qualcuno sorride pensando al musicista come un lavoratore.
Certo, legittimare il musicista come una persona che fa un lavoro serio è difficile, a qualcuno fa davvero ridere. Ma credo sia un concetto tutto nostro questo, all’estero è diverso. Il provincialismo di qui fa pensare al gruppo italiano come una cosa minore, anche se magari quel gruppo fa parte delle tue giornate quanto quelli stranieri. Paolo Borsellino diceva che è la cultura l’arma più importante per cambiare le cose. Certo, la questione è profonda e non cambierà in poco tempo. Bisogna dare spazio alla cultura intesa come creatività; abbiamo sia i mezzi che le menti, ma poi queste emigrano.

Voi avete mai pensato di emigrare?
Da ragazzi sì. Ora pare che tutti abbiano dimenticato che all’inizio degli anni Ottanta la situazione era anche peggiore di quella attuale. Pensando alla musica ci sentivamo colonizzati e non in sintonia con quello che succedeva. Il primo pensiero era andar via, ma quello successivo ti imponeva di restare e fare qualcosa per cambiare. E secondo me abbiamo fatto bene. Il progetto Afterhours nel suo piccolo ha avuto le sue soddisfazioni, solo che l’Italia sminuisce tutto e non ti resta che pensare che ciò che fai lo fai solo per te, non per sentirti elogiare.

Alla scena musicale italiana serve più un cambio di rotta o una vera direzione da seguire?
Nella scena musicale attuale c’è tanto talento creativo e musicale, ma si perde facilmente a causa dell’eccessiva imitazione dei modelli esteri. Quello che manca è la capacità di rielaborare. Non mi sembra tanto difficile da capire che le cose valide musicalmente entrano poi a far parte della nostra storia.

Dici che il rock può prendere il ruolo che è stato del cantautorato nel Bel Paese?
Anche i cantautori venivano fuori da modelli francesi. Proponevano pezzi narrativi, strutture semplicissime e mai pericolose dal punto di vista musicale. Come nel folk, ci si avvicinava a brani popolari e magari a melodie già sentite. Non pensare che sia pazzo, ma credo il fenomeno del cantautorato sia stato una tragedia per lo Stivale. Prendi De Andrè, scriveva testi dai contenuti incredibili, ancora oggi molto moderni, ma musicalmente non sperimentava: questo è stato un grande limite. La gente continua ad ascoltare i testi cercando una narrazione, ma il rock ‘n roll è altro. E anche dal rock possono nascere cose bellissime: i lavori dei Radiohead, non narrano, ma riescono a far pesare il significato di ogni parola unita alla musica.

Ammetterai di essere fortunato ad esser cresciuto con De Andrè in classifica e non con Gigi D’Alessio.
Sarò stato fortunato a non ascoltare D’Alessio, ma ti assicuro che anche ai miei tempi c’era davvero tanta roba schifosa. Non solo roba brutta e grottesca, ma anche le televisioni piene di cantautori democristiani col loro maglioncino di lana. Se c’era una parte sana, quella che proponeva una qualità dei testi più alta, è perché c’era più impegno sociale a differenza di ora. C’è una cosa però che mi fa sentire davvero fortunato: aver vissuto tre rivoluzioni musicali. Tra i dodici e i tredici anni ho assistito all’avvento del punk, da adolescente mi son goduto il post-punk e con qualche anno in più ho visto nascere il grunge.

Dall’alto della tua esperienza puoi prevedere un’altra rivoluzione?
Non posso ancora così tanto, ma egoisticamente ti dico che io – in fondo – ho già avuto abbastanza.

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