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  • Agnes Obel: Aventine

    Agnes Obel

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Non guardatemi mentre piango

Agnes Obel viene dalla Danimarca, un paese conosciuto più per i biscotti al burro che per la capacità di esternare i sentimenti.
Quando si parla di lei, tuttavia, è esattamente su questi ultimi che ci si deve soffermare.

“Aventine” è il miglior seguito che si potesse dare all’esordio: così ricco di pastosi archi (violoncello docet in “Dorian”), pianoforte carico e intenso, voce che fa saltare il self-control e apre a tradimento i rubinetti lacrimari. Non serve essere dei sentimentaloidi che frignano davanti a “Un Posto Al Sole” per capire che la Obel riesce a colpire nel punto giusto e al momento giusto.

Delle undici canzoni almeno una vi farà comprare un box di Kleenex, noi vi abbiamo avvisati.

Come l’ispettore Bloch di Dylan Dog, sarà circa dal ’74 che non piango. Giuro. Eppure, appena ho messo il disco nello stereo, la mia reazione è stata circa questa, e giuro nuovamente (non sulla testa dei miei figli, ma solo perché non ne ho).
Lo ammetto, “Philarmonics” m’era garbato parecchio, ma “Aventine” ha quel qualcosa in più che fa commuovere per la bellezza, un coltellaccio che ti entra nelle budella e te le sistema come un Picasso.
Ti fa capire che sei piccolino, sì, che non a tutti frega chi tu sia, ma che c’è sempre un valido motivo per esistere.

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