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Malinconia e rabbia made in Italy

Mentre tutta la musica nostrana, e non, corre verso il rock più modaiolo e sudato, chiamato oggi indie, c’è ancora qualcuno che, nelle nebbie della Brianza, trova l’ispirazione per scrivere canzoni lisergiche e romantiche.
Gli Aim puntano di certo al cuore di chi li ascolta; sia dal vivo che su disco mettono l’anima in ciò che fanno, e questo ovviamente li premia nel risultato.

“Spirits Of Your Tide”, loro ultimo album, è un disco che porta ad un ascolto distratto e insieme intenso, una possibile colonna sonora per viaggiare lungo strade solitarie. La ricetta del loro sound è complessa: molto indie rock anni ’90, un pizzico di punk e pop, ma soprattutto tanto post-rock.

Il trio si presenta con “Talento”, canzone di apertura, uno strumentale uggioso, un po’ incerto a volte ma che si rivela essere una dichiarazione di intenti, un biglietto d’ingresso per un mondo morbido e sognante. Le batterie di Matteo Camisasca sono ricche, curate, ritmate ma senza essere prevaricanti, anche se in alcuni punti del disco forse poco incisive; gli arpeggi sono persi tra delay e feedback, mentre il basso di Marco Camisasca sostiene il ritmo incastrandosi tra le armonie delle chitarre .

Il disco comincia a prendere forma, narrando una storia di rabbia giovanile, ammorbidita dalla malinconia; le parti strumentali sono a volte furiose ma senza mai spezzare l’incantesimo sonoro intessuto dalla voce di Marco Fiorello, che pervaderà d’ora innanzi tutto il disco. Come un mantra, si snoda sussurrata e ruvida per tutti i pezzi senza perdersi mai, come un punto di riferimento che comunicherà sempre con lo stesso stile, anche se un tocco in più di aggressività avrebbe aggiunto potenza ad alcuni pezzi delicati come “Athena” e “Salige”.

Il disco tocca l’apice espressivo in più punti: “Doran”, “Vega” e “Hubis” portano l’ascoltatore in bilico tra esalazioni indefinite di edonismo, che sanno placare i bruciori della tristezza più profonda e sanno capovolgere l’umore di chi ascolta.
L’album si chiude con l’educata eleganza con cui si era aperto, disegnando un commosso sfondo a un’ipotetica resurrezione e regala un respiro memorabile per trarsi dalla banalità della musica qualunque.

Un buon disco in definitiva, molto buono per essere autoprodotto, nonostante alcune lacune di impatto e di ricerca stilistica il trio ha notevoli spunti di crescita a disposizione. Se amate l’inverno, se la pioggia è il vostro elemento preferito, se amate le sonorità di Slint, Codeine e Verdena, allora gli Aim potrebbero soddisfare i vostri fini palati.

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