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Al metal quel che è del metal

I Magazzini Generali ospitano stasera una succosa serata per gli amanti del power metal, che avrebbe però meritato una location più degna, sia per quanto riguarda la logistica, vista l’affluenza da sold-out, che dal punto di vista del suono, accettabile solo a ridosso del palco.

Aprono i Secret Sphere, uno dei pochi gruppi italiani che siano riusciti a varcare in modo significativo, e meritatamente, le frontiere nazionali; ottima prestazione la loro, a base di un power metal venato qua e là di influenze hard rock. Segnaliamo la sostituzione del cantante Ramon Messina, ammalato, con il bravo Alessandro Conti dei Trick Or Treat, a suo agio con le impegnative melodie del frontman titolare.

A seguire salgono sul palco i Freedom Call, gruppo co-fondato dal batterista dei Gamma Ray, Dan Zimmerman: grazie all’energia dell’esibizione live e ad una discreta proporzione di brani dal recente “Legend Of The Shadowking”, riescono a essere meno zuccherosi del previsto, pur rimanendo valida per loro l’azzeccata definizione di «happy metal».

Con l’ultimo cambio palco si svela la scenografia approntata per i Gamma Ray, a base di pannelli dipinti con mostri e moto; all’arrivo del gruppo guidato da Kai Hansen, simbolo impersonificato di un intero genere musicale, il pubblico esplode. L’impatto iniziale è affidato a “Gardens Of The Sinner” e “Empathy”: l’intera scaletta è in effetti al 90% suddivisa fra l’ultimo “To The Metal” (onestamente non certo fra i loro lavori migliori) e i due fondamentali “Land Of The Free” e “Powerplant”.

La band è come sempre in ottima forma, regalando potenza, tecnica e feeling nel nome di un power metal teutonico sempre uguale a se stesso e sempre amato dai fan; l’unica usuale debolezza dal vivo, la voce di Kai, regge decentemente nella prima metà ma va in calando, fino ad abbassarsi parecchio di tonalità negli ultimi pezzi della serata. L’efficacia dell’esibizione è però negativamente influenzata dal suono non certo eccezionale, con le chitarre affossate e a malapena udibili oltre la metà della sala.

Punto debole del set la title-track “To The Metal”, scritta apposta per essere una hit ma risultata troppo debole nonostante l’anthem ruffiano, e la successiva ballad “No Need To Cry”; invece efficaci e di sicura presa sul pubblico i bis, che comprendono “I Want Out” degli Helloween, sicuramente uno di quei pezzi croce e delizia dell’autore, “condannato” a suonarla in ogni occasione.

Gardens Of The Sinner
Empathy
Deadlands
Fight
Mother Angel
The Saviour
Abyss Of The Void
Drum Solo
Armageddon
To The Metal
No Need To Cry
Rebellion In Dreamland
Man On A Mission
New World Order
I Want Out
Send Me A Sign

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