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Al Pacino racconta Manglehorn a Venezia 71

Alla Mostra del Cinema di Venezia oggi è il giorno di Al Pacino: camicia informale e occhiali da sole riflettenti, carisma da oscurare qualsiasi altro attore presente al Festival. La sala stampa tracima di giornalisti, come solo nelle grandi occasioni.

Il più grande attore americano vivente è sbarcato al Lido, e lo ha fatto in grande stile, da acclamata star e grande mattatore, con ben due film: “The Humbling” di Barry Levinson e “Manglehorn” di David Gordon Green, entrambi presentati oggi.

Al Pacino è sempre disponibile con i giornalisti e i fan, e non è avaro nel raccontare aneddoti succosi. In “Manglehorn” (qui la recensione) interpreta un uomo dal carattere spigoloso, ma che mostra le proprie fragilità.

Lei che è abituato a ruoli di un certo ”impatto”, come ha gestito questo lato più malinconico e “dolce” del suo personaggio?
Al Pacino: Mi fa piacere che sia emerso questo lato più nascosto, anche se non era mia intenzione costruire un personaggio tenero. Gran parte del merito è del regista e dello sceneggiatore Paul Logan. Ho creduto fin dall’inizio in David Gordon Green, che mi ha guidato in modo eccellente durante le riprese. La sceneggiatura era molto solida, e la cosa che mi è piaciuta di più è stata che il mio personaggio riesce ad acquisire una maggiore consapevolezza di sé nel film. Manglehorn vive nel chiuso del suo mondo, almeno all’inizio. Poi strada facendo cerca di acquisire maggiore consapevolezza, prova ad avvicinare gli altri e a trovare un punto di contatto con loro.

C’è una scena bellissima in cui mentre il personaggio è in banca un uomo di colore entra e comincia a cantare gospel. A quel punto lei fa un’espressione straordinaria…
Al Pacino: Credo che ciò sia dovuto al valore aggiunto della sceneggiatura, cioè accettare la possibilità che nella vita accadano le cose più strane, e questo ha un impatto emotivo molto forte sul pubblico. Quella è una scena fantastica, io ero bloccato davanti a quest’uomo, con questa voce straordinaria, recitavo e intanto continuavo a pensare: “Ma David da dove l’ha preso?” La raccomando come tecnica di recitazione! Scherzi a parte, è stato un momento fortunato, a volte il caso aiuta a interpretare bene le situazioni. Per questo sono convinto che non bisogna investire il personaggio con tecniche e teorie di recitazione: è il personaggio stesso che ti dice come essere recitato, si recita da solo.

David Gordn Green, perchè ha scelto Pacino per questo film?
D. Gordon Green: Ho incontrato Al a Los Angeles e a un certo punto gli ho detto: “Tra un anno faremo un film insieme”. Mentre parlavo con lui rivedevo in alcuni gesti la sua interpretazione in “Scarecrow” (“Lo spaventapasseri”) e per me fu molto utile perché tornai a casa, contattai Paul e insieme abbiamo cercato di rielaborare quelle sensazioni e quella gestualità per costruire il personaggio di Manglehorn. È stato anche un modo per rendere omaggio ad Al.

La scena finale del mimo è un riferimento a “Blow up”?
D. Gordon Green: Sicuramente “Blow Up” è un film che tutti abbiamo conosciuto e amato. Ma in generale avevo bisogno di un finale di speranza che fosse anche un segno riconoscibile del personaggio: è come se Manglehorn dicesse a se stesso: “continuo a vivere, vado avanti nonostante le delusioni del passato”. All’inizio è un personaggio cinico e riluttante nei confronti della vita, ma la storia si sviluppa in modo da suggerirgli di accettare i piccoli misteri e i dettagli della vita in cui si nascondono, in fondo, piccoli segnali di speranza. Anche Scarecrow, che abbiamo rivisto in postproduzione, è stato un punto di riferimento.

Una domanda a Chris Messina che nel film interpreta il figlio di Pacino. Era spaventato all’idea di dover recitare con lui?
Chris Messina: No nesssuna paura, anche se uno si aspetta che quando ti propongono di recitare con Al Pacino sia uno scherzo! Quando sono stato chiamato da David Gordon Green per il suo film ero già pronto a dire di sì. Per quelli della mia generazione Al Pacino è come Marlon Brando. Non era la prima volta che lavoravo con lui però. Il mio primo incontro con Al è stato all’Actor’s Studio, dove ero allievo. E due anni fa insieme abbiamo lavorato insieme per allestire Salomè: mesi intensi di prove a Broadway. Lui è un attore che non smette mai di andare in profondità nella storia e nel personaggio. Continua a farsi domande ogni giorno, a scoprire cose nuove per ogni sua interpretazione.

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