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Eccoci qui a parlare dell’ultima uscita in casa Disney, il remake di uno dei film d’animazione più amati dagli appassionati: “Aladdin“, diretto da Guy Ritchie.

Se in precedenza la compagnia usava rilanciare i suoi film più famosi ogni sette anni con una riproposizione al cinema o in home video, così da dare modo anche alle nuove generazioni di conoscere i capolavori d’animazione, negli ultimi tempi la Casa del Topo ha optato per un’operazione diversa, ovvero degli adattamenti in live action.

Quando si parla di remake, è inevitabile fare confronti con la pellicola di origine: uscito nel 1992, “Aladdin” è stato uno dei film di maggior successo del Rinascimento Disney, il decennio 1989-1999, che ha visto nascere alcuni degli animated features indimenticabili. La sua genesi è stata tuttavia parecchio sofferta, a causa dei ripetuti cambi di sceneggiatura (la storia originale prevedeva un percorso di formazione per il protagonista, molto più giovane di quello definitivo, sostituita alla fine con una trama più romantica) e della morte del paroliere Howard Ashman, collaboratore del compositore Alan Menken dai tempi de “La Sirenetta” e padre spirituale del progetto: fu lui infatti a proporre l’idea di prendere il racconto de Le mille e una notte come ispirazione per un film animato. “Aladdin” fu un trionfo al botteghino, grazie anche all’ottimo humor e, ovviamente, alla love story tra i protagonisti.

È da questa base, dunque, che pesca questo nuovo “Aladdin”. Partiamo dalla trama: siamo ad Agrabah, un’immaginaria città mediorientale, e il giovane Aladdin è un ladro che vive di espedienti insieme alla sua scimmietta domestica Abu. La sua vita cambierà quando si innamorerà della principessa Jasmine e riuscirà ad avvicinarsi a lei grazie alla magia di un Genio rinchiuso in una lampada misteriosa. Il malvagio Gran Visir Jafar, però, trama nell’ombra per spodestare il sultano e ottenere il potere assoluto.

La storia, insomma, ricalca fedelmente quella del Classico animato, con qualche piccola aggiunta come Dalia (interpretata da Nasim Pedrad, già Aly nella serie tv “New Girl”), ancella della principessa Jasmine e sua migliore amica: un personaggio secondario riuscito, simpatico senza risultare irritante.

C’è poi la storia d’amore tra i due protagonisti, Aladdin e Jasmine: l’interpretazione di Mena Massoud nei panni del giovane ladro convince sia in termini di somiglianza fisica al personaggio originale che nella resa del suo carattere spavaldo ma anche goffo. Naomi Scott porta sullo schermo una Jasmine forte e indipendente come la principessa animata, seppur in questa versione la sua risolutezza sia più volta a risolvere i problemi del popolo che il proprio personale desiderio di libertà. Sebbene questo suo nuovo lato del carattere faccia pensare a un personaggio femminile più attivo, la Jasmine originale risultava decisamente più convincente e dinamica di quella moderna, sia nei suoi dialoghi con Aladdin che nella risoluzione finale.

Caposaldo del film del 1992 era la comicità, mai esagerata e ben calibrata. Mattatore assoluto era il Genio della lampada, interpretato in originale dal mai troppo compianto Robin Williams e doppiato in italiano da Gigi Proietti (che nella nuova pellicola ritorna per dare la voce al sultano): l’umorismo di Williams, fatto di battute e imitazioni velocissime, ha letteralmente costruito il personaggio del Genio, sia per quanto riguarda la sua animazione (a opera della “Disney Legend” Eric Goldberg) che i suoi dialoghi, basati principalmente sulle improvvisazioni dell’attore.

Nella nuova versione è stato scelto Will Smith per dare voce e corpo al magico comprimario: le sue movenze, soprattutto nei numeri musicali, ricordano molto quelle di uno dei suoi personaggi più celebri, ovvero il Principe di Bel Air. Nonostante il rischio di apparire fuori luogo, quasi kitsch, l’interpretazione di Smith è buona, e la scelta di non imitare a tutti i costi la comicità di Williams risulta vincente. Positivo anche l’aver preferito non mantenere la sua versione in CGI per tutta la durata del film, con il pericolo di uncanny valley dietro l’angolo, ma di aver optato per un aspetto umano per le parti in cui il personaggio è maggiormente presente.

Il Genio è poi protagonista di molte sequenze musical: un punto vincente di questo Aladdin è per l’appunto l’arrangiamento musicale: sono presenti tutti i brani dell’originale, più un paio completamente nuovi, per l’occasione accompagnati da coreografie ricche e coloratissime, che ricordano quasi il cinema di Bollywood.

Tasto dolente della pellicola è però l’antagonista: un problema comune a tutti i remake live action Disney, l’incapacità di raffigurare i villain, che in Aladdin pesa come un macigno sul risultato finale. Jafar, che in originale era un abile manipolatore, posato ed elegante nei modi, è diventato in questa nuova versione un’ombra di sé stesso: l’interprete Marwan Kenzari dà vita a un Gran Visir decisamente poco minaccioso, irritabile e incostante. È un vero peccato, dato che gli antagonisti sono da sempre uno dei punti di forza delle opere disneyane e sono stati spesso i personaggi meglio caratterizzati. Inutile e forzato, inoltre, il parallelismo con il protagonista (il Jafar del live action in precedenza era un ladro), visto che la questione non verrà mai sviluppata nel corso della trama. Questo voler a tutti i costi complicare le caratterizzazioni dei villain nei remake dei Classici più che rafforzare le loro motivazioni le indebolisce e paradossalmente li rende delle insipide macchiette, come si è visto anche nei casi di “Maleficent” e de “La Bella e la Bestia”.

C’è da chiedersi se sia necessario continuare sulla scia dei remake se questi risultano sempre deludenti, per un motivo o per un altro.

di Lavinia D’Adamo

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