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Alan Rickman al Giffoni Film Festival

Sbarca al Giffoni Film Festival il grande attore britannico Alan Rickman che, dopo una carriera divisa tra teatro shakespeariano, cinema d’autore e qualche sporadico blockbuster, si ritrova ad essere un idolo totale dei ragazzi per il suo professor Piton della serie cinematografica di Harry Potter

Contraddizioni insite da sempre nel mondo della Settima Arte, particolarmente in questo periodo in cui i più grandi attori di lingua anglosassone si divertono a comparire nelle saghe più commerciali (e si trovano, tra le altre cose o forse soprattutto, il conto in banca aumentato di svariati zeri). Fino ad arrivare a situazioni paradossali e di dubbio gusto, come nel caso di Philip Seymour Hoffman, scomparso a saga di “Hunger Games” ancora in corso, e che tornerà ricostruito digitalmente nel prossimo capitolo. Va bene che un artista non muore mai, ma qui si sta prendendo una deriva pericolosa.

Ma torniamo a Mr. Rickman che, con aplomb very british e raffinato senso dell’umorismo, dimostra anche di avere una considerevole dose di materia grigia tra le orecchie. Una conferenza stampa piacevole e divertente, resa tale dal magnetismo di un uomo che nobilita da sempre il suo mestiere con classe e professionalità.

Il tema del Festival è “Be Different”. Quante volte lei si è sentito diverso, isolato, messo da parte nel corso della sua vita?
(Questa collega rivolge sempre questa domanda a tutti, declinandola in ogni possibile versione, ormai è la SUA domanda, nessuno si azzarderebbe mai a togliergliela, n.d.r.)
Ho perso presto mio padre, quando avevo solo otto anni. Questa mancanza mi ha sempre fatto sentire diverso dagli altri, in qualche modo. Ma mi hanno aiutato moltissimo lo studio, l’arte, la musica e pian piano tutto il resto è passato in secondo piano.

Siamo in un Festival dedicato ai ragazzi. Qual è la cosa più importante che la serie di libri di Harry Potter ha lasciato alle nuove generazioni, secondo lei?
Ha fatto tornare i ragazzi a leggere, ad interessarsi ai libri. Non avrebbe potuto essere più importante di così, se pensiamo a questo aspetto.

Sarebbe interessato, come interprete, ad una eventuale prosecuzione della saga da parte di J.K. Rowling?
(sonora risata) Beh, il mio personaggio è così morto che no, non sarei interessato.

Ci parla di “A Little Chaos”, il suo nuovo progetto di cui lei ha curato anche la regia?
Devo dire innanzitutto, altrimenti l’ufficio stampa mi ammazza, che prima di quello uscirà in sala in Italia “Una promessa”, un film che ho girato con il regista francese Patrice Leconte (e che noi avevamo già visto in anteprima allo scorso Festival di Venezia, forse una delle opere minori dello stimatissimo, da parte mia, Leconte n.d.r.).  “A Little Chaos” è pronto, dopo un lavoro lungo, faticoso, ma anche appagante. L’ambientazione è la corte di Luigi XIV, in Francia, nel diciassettesimo secolo. Ed è una storia che parte da un fatto realmente accaduto, per poi costruirci intorno un racconto di finzione. Si parla della realizzazione di una fontana nella reggia di Versailles, e questa è la parte storica. Nella finzione, l’architetto scelto è una donna, Sabine de Barra, interpretata da Kate Winslet. Nella realtà dei tempi sarebbe stato impossibile per una donna svolgere una mansione di così alta responsabilità, le convenzioni sociali dell’epoca non glielo avrebbero permesso. La sceneggiatrice è una donna, quindi il film ha un punto di vista femminile. Io interpreterò il ruolo di Luigi XIV. Sarà il film di chiusura del prossimo Festival di Toronto.

Spesso le sono stati affidati ruoli da “villain”, da cattivo, da antagonista. Si è mai chiesto perché i registi pensano a lei per questo tipo di personaggi?
Credo di aver interpretato solo tre “villain” nella mia carriera. In vent’anni non sono poi così tanti, non le pare?

E quale tra questi ritiene il più “cattivo” di tutti? Il terrorista Hans Gruber, lo sceriffo di Nottingham o… Ronald Reagan?
(Risate generali di Rickman e della sala stampa, poi la risposta è estremamente seria, n.d.r.) Non giudico mai i miei personaggi, altrimenti non potrei poi interpretarli al meglio. Cerco di capire le loro motivazioni, qualunque esse siano. Io interpreto i personaggi, voi poi scegliete se è buono o cattivo. Hans Gruber pensavo fosse un grande essere umano, dal suo punto di vista, estremamente ambizioso. Al di là delle battute, poi, è difficile liquidare in poche parole Ronald Reagan, perché è un personaggio molto complesso. Un uomo comunque a capo di una democrazia, quindi un uomo che credeva nella democrazia. All’interno della Casa Bianca, secondo gli studi e le testimonianze che abbiamo analizzato per “The Butler”, era molto amato. Posso sicuramente dire che non sono d’accordo con la sua politica, ma riconosco che aveva spiccate qualità di leadership.

Cosa direbbe il professor Severus Piton ai ragazzi “babbani” di Giffoni?
Non ho nessuna idea su quello che direbbe Piton, dovrebbe chiederlo a J.K. Rowling. Posso dire soltanto che ogni cosa che lui ha fatto, come sapete, è stata dettata dall’amore. Sui ragazzi di oggi, Alan Rickman direbbe che stanno sempre con la testa bassa a guardare lo schermo di qualcosa. Per tornare al concetto di “essere differenti” che dicevamo prima, basterebbe mettere da parte tutti questi aggeggi e alzare la testa per tornare a guardare il mondo, quello vero.

Lei si divide da sempre tra cinema e teatro. Dovesse individuare una sola, la più rilevante, delle caratteristiche che differenziano il cinema dal teatro, quale le verrebbe in mente?
Nel cinema c’è il potere dell’immagine, che è fortissimo. Vogliamo riassumere brevemente il cinema? Due parole: SOLDI e CLIMA. Un cambiamento atmosferico minimo può mandare a monte una giornata di lavoro. L’importante in questo mondo è avere una buona sceneggiatura. Come ci si accorge se una sceneggiatura è buona? Quando la leggi, la tua mente fa saltare le immagini fuori dalla pagina.

E come regista, preferisce dirigere a teatro o al cinema?
Il teatro è più veloce, con una media di sei settimane. L’ultimo film mi ha impegnato per diciotto mesi. Difficile scegliere, ma diciamo che non inizierei mai a dirigere un film domani, ho bisogno di riposo.

Trova differenze di approccio tra il recitare per un pubblico adulto o per uno più giovane?
No, è la stessa cosa. A me piace quando adulti e ragazzi, indifferentemente, stanno in silenzio in teatro o in una sala di proiezione. Quel silenzio è magico. Ancora più sacro però, devo ammetterlo, quando accade a teatro. Il teatro è la mia religione.

Le piacerebbe tornare a lavorare in un progetto a lungo termine come Harry Potter? Magari in una serie televisiva? Cosa pensa del livello qualitativo che hanno ormai raggiunto i serial?
Non so dirle nulla oggi del mio futuro. Però sulla tv vorrei fare una considerazione: oggi gli schermi che la gente ha in casa, nella gran parte, sono di alta qualità. Un grande schermo con un’ottima risoluzione, un eccellente impianto sonoro;  quindi le produzioni televisive hanno dovuto forzatamente alzare gli standard qualitativi, la tv è dovuta andare verso il cinema, in un certo qual modo. Perché uscire di casa, prendere la macchina, trovare parcheggio, per andare a vedere il nuovo grosso cartone animato della tal casa che ne sforna puntualmente uno o anche più all’anno. Non si girano più i film di qualche tempo fa. Io, da giovane, andavo a vedere “La stangata”, “Tutti gli uomini del presidente”…

Come si è trovato a lavorare con i suoi giovani colleghi Daniel Radcliffe, Rupert Grint ed Emma Watson? Da regista, le piacerebbe dirigere degli attori molto giovani?
Per Harry Potter abbiamo girato sette settimane l’anno,  e non mi rendevo conto di quanto Daniel Radcliffe, Emma Watson e Rupert Grint nel frattempo crescessero. Ad un tratto li ho ritrovati 22enni. Oggi è un miracolo che siano sani di mente: per loro, semplici ragazzi, è stata una mole di lavoro incredibile. Mi è stato sottoposto recentemente uno script con protagonista un ragazzo, ma credo che rifiuterò, per me è difficile dirigerli. Poi meglio non farli emergere troppo, altrimenti ci cacceranno via dal nostro lavoro… (ride)

Lei è un attore da sempre impegnato nel sociale. Cosa dei venti di guerra che stanno scuotendo molti Paesi come l’Ucraina e il Medio Oriente?
È sempre una cosa non troppo giusta, secondo me, mettere un microfono davanti ad un attore e chiedergli queste cose. Solo perché sono una persona relativamente famosa non mi sento autorizzato a pontificare sui massimi sistemi. (e qui dovrebbero scattare i NOVANTADUE minuti di applausi di fantozziana memoria, specialmente in riferimento a Papa Gere del giorno prima, n.d.r.). Poi di sicuro io ho le mie opinioni, come tutti, che cambiano magari di giorno in giorno. Io, nel mio piccolo, posso contribuire al bene comune formando giovani attori, anche a livello umano: consigliargli i film giusti, dirgli di andare spesso al cinema, di leggere libri e giornali, d’informarsi. Un grande film può cambiare in meglio la vita delle persone, è questo che dobbiamo fare noi attori e registi, è questo il nostro modo di contribuire alla collettività.

Degno finale per una delle conferenze stampa più interessanti alle quali io abbia mai partecipato. L’ultimo messaggio è quello che Rickman lascia ai ragazzi delle giurie, dopo aver ritirato il Premio Truffaut:  «Questa stanza è piena di possibilità, spero voi siate gli artefici del vostro destino».

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