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  • Albanopower: Maria’s Day

    Albanopower

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Indiestinguibili?

Buona notizia: gli Albanopower, indiepopper da Siracusa, sono bravi. Forse bravissimi.
Cattiva notizia: gli Albanopower, indiepopper da Siracusa, sono perfettamente incasellabili in un sottogenere.
Il problema sta tutto qua, e da esso dipenderà la reazione dell’ascoltatore di fronte a questo “Maria’s Day”.

Chi guarderà al disco come a un oggetto assolutamente indipendente dalla realtà musicale che lo circonda (vorremmo dire, con una punta di cattiveria, chi si accontenta) rischia di trovarsi tra le mani uno dei migliori prodotti di quest’anno; gli Albanopower infilano, una dietro l’altra, una serie di perle pop che formano una gradevolissima collanina, bella da sfoggiare, e che si intona con tutto. C’è un’adorabile tendenza all’elettronica, carezzevoli voci che cantano in un inglese neanche troppo zoppicante, sprazzi di irresistibile orecchiabiltà (“Old TV”). Tutto quello che si può desiderare da un disco italiano, diranno alcuni.
La riprova che, cercando bene, la musica italiana ha ancora tanto da dire, diranno altri. Be’, sì e no.

Tacciateci pure di cinismo, ma ci chiediamo: quante sono, a questo punto, le talentuose band italiane che rimpinguano le file del sottogenere indie-electro-soft-fintoanglofono? Quante band italiane sono state già recensite con frasi come “infilano una serie di perle pop”, “incastonano una serie di gemme pop” o “la riprova che la musica italiana ha ancora tanto da dire”? Insomma, l’impressione è che questa scena elettro-confidenziale un po’ nerd sia una comoda scialuppa di salvataggio per gruppi troppo poco coraggiosi, o troppo poco maturi, per proporre qualcosa di davvero personale, gruppi che preferiscono adagiarsi sulle nuvolette delle loro limpide chitarre acustiche, delle loro tastierine contagiose, delle loro camice a quadrettini.

E con dei figlioli davvero bravi come questi Albanopower, la situazione è ancora più frustrante; viene davvero voglia di dar loro una sonora scrollata, spingerli a osare, perché un talento come il loro è raro: ascoltate “Rose”, che inizia e sembra quasi un pezzo dei Lemon Jelly suonato in acustico, e poi prende direzioni impreviste, dominate dalla tastiera. E non è certo l’unica bella idea, né l’unica bella canzone.
Certo, non si può pretendere troppo da un gruppo di giovani al primo full-length. Soltanto, speriamo di non dover iniziare a considerare questo italico serbatoio electropop come un freno creativo, anziché come una benedizione.

Premesso che questo è un album che non si meriterebbe un voto insufficiente nemmeno se lo si ascoltasse al contrario, che voto diamo a questi ragazzi di Siracusa? Un bell’otto di approvazione, perché hanno fatto un gran bel disco di elecrtopop italico? O un acido sette di sprone, perché hanno fatto un gran bel disco MA troppo debitore all’ormai onnipresente scena electropop italica? Sette, dico io! Perché sono troppo bravi, questi Albanopower, per lasciarsi impantanare nelle secche svenevoli dell’indie nerd. Al prossimo giro, cari ragazzi, vogliamo uno dei dischi dell’anno, e non ci sono stereotipi che tengano.
Per finire, un timidissimo suggerimento: e se provassimo, per una volta, a scrivere testi in italiano?

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Contro

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