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Alberto Fortis: Le confessioni di Alberto Fortis

Il corso degli anni lo ha appena sfiorato. La sua voce spruzzata di gioventù si è raccontata come ad una riunione tra vecchi amici di un tempo fuggito lontano. Alberto Fortis ha ripercorso, in una lunga e particolareggiata chiacchierata, i momenti della sua vita, tappe di un percorso costellato di aneddoti, fragilità, orgoglio e consapevolezze. Puntuale, intenso e versatile, Alberto si è aperto alla dimensione più intima della sua musica, dalla composizione all’esecuzione live: le vibrazioni dell’esordio, i rituali prima di un concerto, il rapporto con i suoi fans, il costante stupore nella creazione di nuovi brani. Sino alla sua autobiografia “Che fine ha fatto Yude”, un’apertura viscerale introflessa verso un mondo in costante evoluzione. Ma non solo: le sue parole abbracciavano soprattutto semplici strappi di passaggi quotidiani, riflessioni che avevano più il profumo di anima che di fama. Proprio quelle che lo hanno reso così spiccatamente uomo. Così inevitabilmente oltremondano. Così disperatamente viandante lungo il sentiero della non mera apparenza.

Ciao Alberto! Innanzitutto, hai chiuso il 2009 con due importanti uscite: il libro “Al, che fine ha fatto Yude?” e due cd live. Per quanto riguarda il libro, com’è nata la voglia di regalare ai tuoi fans una tua autobiografia?
La partenza è stata insolita. Rossana Lozzio, una dei due relatori del libro, mi chiamò per propormi una mia biografia scritta da lei. Accettai perché l’idea di una biografia è sicuramente un capitolo molto importante della propria carriera. Nella fase successiva, invece, l’editore chiarì di volere una biografia di Alberto Fortis, non su Alberto Fortis. È stato un percorso di otto mesi, da marzo a novembre dell’anno scorso. E la procedura che abbiamo scelto ha sopperito alla difficoltà iniziale di questo nuovo progetto: ho registrato 57 ore circa di racconto che sono stati poi sbobinati su computer da Rossana Lozzio e Maurizio Parietti e rivisitati da me in forma di romanzo. Uso il termine romanzo perché, benchè sia tutto assolutamente vero, è presentato in termini non strettamente cronicistici. E non tratta solamente della mia carriera, ma parte dai miei primi cinque anni di vita dove gli aspetti famigliari e personali della mia infanzia sono messi piuttosto a nudo. La particolarità di questo testo è la presenza di “pillole” scritte in corsivo che altro non sono se non considerazioni che io facevo a qualsiasi ora del giorno e della notte e che ho adattato ai momenti che mi sembravano cronologicamente più adatti alla narrazione. Rappresentano una porta esterna verso problematiche sociali, politiche e artistiche. Considerazioni che arricchiscono e completano il raccolto, creando una storia a 360 gradi grazie proprio alla presenza di questa figura femminile, Yude, che si scopre man mano nella lettura.

È attraverso ciò che pensi che meglio si comprende ciò che sei…
Sono aneddoti che portano ad argomenti diversi ma attinenti: uno stargate narrativo. È stato un lavoro che mi ha risucchiato molte energie nel corso dei mesi. Mettere a posto i pezzi del mosaico mi ha portato a ricordare aneddoti che avevo dimenticato. Infatti, chi avrà voglia di leggere la mia autobiografia riuscirà a comprendere molto di più quella mia figura finora conosciuta molto parzialmente.

Nel tuo libro parli dell’incontro col Dalai Lama: cosa ci puoi anticipare a livello di emozioni, pensieri, esperienze?
Ho avuto la fortuna di incontrarlo due volte. La prima in una forma molto privata, a Roma, in un Circolo della Stampa. Mi sono seduto al tavolo con lui. C’erano anche Jovanotti e Venditti. Ricordo uno sguardo ravvicinato di saluto e la sensazione di nudità che ho avuto. Ho capito che era una persona che aveva già visto tutto della mia anima. È incredibile la forza di penetrazione che emana, insieme a quella ovviamente di benessere ma anche di naturalezza di comportamento.

Nel libro parli di un posto a te molto caro che chiami “il giardino delle fragole”. Ma, a tutt’oggi, nella vita di Alberto Fortis, c’è un “giardino delle fragole”?
Senz’altro c’è, e anche più di uno. Ma quello rimane, sia mentalmente che realmente. Ho un ricordo molto vivo di questo posto, di quando a cinque anni andavo a raccogliere le fragole tra le foglie verdi. Era quasi un rituale e si consumava proprio nel giardino della mia casa, vicino al pino piantato quando ero nato. Era come il mio mondo di Pandora. A cinque anni le dimensioni erano differenti: una piccola area sembrava allora un giardino tropicale. C’è ancora la casa paterna con l’annesso giardino e l’angolo delle fragole, anche se le fragole non ci sono più perché, ovviamente, l’area verde dovrebbe essere curata! Comunque, andare a visitare Strawberry Fields a Liverpool, l’asilo dove Lennon andava da piccolo, mi ha dato una forte emozione: sono sintonie, anche se del tutto casuali.

Di cosa tratta il dvd allegato al tuo libro “È Forse Vita”?
È un minifilm di un’ora e mezza e porta il nome del primo titolo di quello che è diventato poi “Tra Demonio e Santità”. Non vedevo titolo migliore da affidare a questo lungometraggio con immagini girate nella mia casa paterna e nelle diverse città dove ho collaborato: Domodossola, Londra, Liverpool, Los Angeles, New York. È un parallelo visivo di ciò che viene trattato all’interno del libro.
[PAGEBREAK] Mi viene spontanea una domanda. Perché scegliere a quel tempo il titolo “Tra Demonio e Santità” invece di “È Forse Vita”?
Perché “È Forse Vita”, per quel periodo, mi appariva un po’ naif, a tratti malinconico e quindi inappropriato. Poi la suite era intitolata “Tra Demonio e Santità” che era un titolo più forte e più adatto. Allora poteva essere fraintesa con qualcosa di dolce e romantico quando l’album non lo era affatto.

Per quanto riguarda i tuoi album dal vivo, i due live usciti a dicembre e il doppio che uscirà a breve, dove sono stati registrati e con quale criterio hai scelto i brani da inserire all’interno?
Chiarisco la differenza dei due progetti. I due live appena usciti raccolgono materiale di un arco di tempo di tre anni, con brani pianoforte e voce inediti, mai eseguiti dal vivo. Oltre alla linea classica della mia produzione, ho basato la mia scelta sulla qualità della registrazione: assolutamente pure live, senza il minimo intervento successivo. Infatti, ho inserito canzoni meno consuete ma eseguite in un modo che mi soddisfaceva parecchio. Il disco doppio che uscirà a breve, invece, è proprio solamente un one night live con la band e lo sto curando un po’ di più nei suoni. È il mio primo album live interamente registrato in un unico posto, un anno e mezzo fa.

Il 1° maggio ti sarà conferito il “Premio Ambiente 2010″ dalla società Mediapolis di Stresa per il tuo impegno umanitario e per essere un grande artista. Come ti senti di fronte a questa iniziativa?
Mi ha sorpreso molto. È da oltre trent’anni che esiste questa iniziativa. Hanno premiato persone che hanno fatto successivamente cose stepitose. Ma ciò che mi ha soprattutto lusingato molto è stato il fatto che loro abbiano notato un brano nel mio album “Vai Protetto” che si intitola “Sindone”. Visto che Torino esporrà quest’anno la Sacra Sindone, loro hanno visto una sorta di parallelo con questo evento: è stata un’attenzione che mi ha colpito molto perché difficile da trovare nelle perversoni concettuali del nostro ambiente che spesso fraintende. Sono argomenti che, al contrario, mi hanno sempre penalizzato. E sono tutti brani che fanno parte non tanto di una riflessione religiosa, quanto umanitaria, quotidiana.

Sappiamo che tu nutri mota ammirazione e stima nei confronti di Barack Obama. Cosa ne pensi del suo conferimento a Premio Nobel per la Pace?
Può sembrare, da una parte, un titolo dato con un titolo strategico. Ma in tutto il suo excursus politico, Barack Obama non fa altro che parlare veramente di pace in termini a noi del tutto sconosciuti. La sua elezione a Presidente la vedo come un segnale di un augurale cambio epocale, che vede nel 2012 la coincidenza di tutte le teorie. Sembra che si passi dall’era del ferro all’era dell’oro. Obama lo vedo come uno degli uomini nuovi: sta facendo molto. Vedo in lui un coraggio sorprendente: è un’impresa colossale lottare contro le lobby americane farmaceutiche, militari e bancarie. Non sono deluso dal suo operato. Mi auguro che non ci sia alcun colpo di scena e possa ternminare il suo mandato ed eventualmente essere rieletto.

Ultima domanda: dopo queste ultime tappe, come lo vedi il tuo futuro?
John John Kennedy diceva che fare programmi per più di tre anni è una cosa assurda: poverino, aveva ragione! Posso sicuramente parlare delle cose che ci sono ora e nel mio futuro prossimo: il tour del libro, i concerti, l’uscita del doppio album live e di quello imminente, infine l’opera musicale del Progetto Quasimodo di cui sono direttore artistico e che mi sta coinvolgendo molto. Riguardo quest’ultimo progetto, abbiamo il figlio di Salvatore Quasimodo presente sul palco. L’iniziativa vanta la confluenza di tre stili musicali differenti: classico, progressive e il mio pop/hip hop/R&B. Infatti, abbiamo la voce originale di Salvatore, che ha di per sé un incedere quasi musicale e attorno alla quale abbiamo costruito un linguaggio che appunto profuma di hip hop. A tutto ciò, si aggiunge il mio album di materiale inedito che è già pronto. Sarò molto attento a quando e come pubblicarlo. Infine, un progetto su web di grande respiro e del tutto rivoluzionario che, sicuramente tra breve, avrete modo di vedere.

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