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C’hanno abituati bene, qui nel Belpaese

Fondista, pittore, scrittore, sommelier, e “cantante per amore”. Alberto Marchetti (classe ’63) le prova un po’ tutte. E se ne esce nel 2011 con un disco (o per meglio dire un EP) autoprodotto, con la collaborazione dei maestri Giovanni Gobbi, Loris Deval e Daniele Giaro.

Cinque brani che spaziano dal folk nostrano alla ballata francese, che sfiorano i lidi del jazz e addirittura le coste di Ipanema. Un EP molto eterogeneo, suonato egregiamente, con un filo conduttore che riesce a mantenere unita l’opera: la malinconia che è sempre presente in tutti i testi del Marchetti, a volte prevalendo su tutto il resto, a volte facendo da sfondo a scene strettamente legate al quotidiano.

C’è chi è particolarmente ferrato in un ambito e percorre la strada come un toro fino a raggiungere l’agognato risultato, ma c’è chi invece sente di poter fare un po’ tutto, ma nulla particolarmente bene, e si apre sentieri a suon di accettate, tra i rovi, sperando di raggiungere non il risultato, ma qualcosa. Un qualcosa di indefinito, un qualcosa che inevitabilmente non coinciderà mai con la realizzazione personale. E Alberto Marchetti sembra proprio essere uno di questi.

Insomma, musicalmente è impeccabile, ma i testi non riescono a penetrare il cuore, e per un paese abituato a certa gentaglia questo è un motivo più che sufficiente per non esaltarsi.

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